La discriminante
dell'antimperialismo

Se le prospettive di crescita del PIL in Italia e in Europa saranno irrilevanti e permarrà la tendenza alla stagnazione dell’economia mondiale, una nuova guerra è inevitabile. La guerra in Iran, che segue quella in Irak e in Afganistan (lungi dall’essersi risolte favorevolmente per gli USA e per i loro alleati) sarà lo scenario del prossimo quinquennio.

Probabilmente Russia e Cina riusciranno ad evitare l’uso da parte americana dell’arma nucleare in un eventuale conflitto contro l’Iran, ma non muoveranno un dito quando gli Usa inizieranno le operazioni belliche contro questo paese. Gli equilibri geopolitici non suggeriscono altri scenari possibili. La Russia ha un notevole potenziale militare, ereditato il larga parte dall’URSS, ma debolissime gambe economiche. Quanto alla Cina è proiettata a completare la modernizzazione e ridefinire il suo ruolo a livello internazionale, che sembra ad oggi circoscritto all’area asiatica. Sconta un notevole ritardo nella modernizzazione dell’apparato militare rispetto a quello industriale e punta soprattutto a garantire il pieno successo della sua “economia di mercato socialista”.

Quindi la guerra ci sarà, o meglio si estenderà, non soltanto perchè questo è in linea con le definizioni leniniste di imperialismo come capitalismo putrescente e guerrafondaio, ma perchè la situazione di stagnazione dell’economia capitalista è globale e diventerà ancora più grave senza una enorme distruzione di beni e mezzi di produzione, una catastrofe dalla quale il ciclo di accumulazione del capofila dell’imperialismo rinasca con maggior vigore.

Il colore dei governi occidentali conta ben poco, a questo punto, e meno ancora appare credibile un’opzione europea che controbilanci il bellicismo anglo-americano. Anche se l’Unione reggerà il governo della Repubblica non ci sarà nessun serio limite all’iniziativa americana.

La compagine berlusconiana ha puntato su un filo-occidentalismo da anni ’50 con toni di anticomunismo del tutto anacronistici ( e strumentali, perchè finalizzati a coprire la tutela degli interessi di una ristretta oligarchia della borghesia italiana) mentre il nuovo governo punta al democratismo americaneggiante e deve di conseguenza mostrare il massimo di feeling con l’alleato americano per essere accreditato come serio e affidabile. Ci troveremo dunque, come è già accaduto nel 1999 nel caso della Jugoslavia (un caso emblematico della svolta di tutte le sinistre occidentali, socialdemocratiche e “comuniste” in direzione del socialimperialismo e del socialfascismo) a contestare, in politica estera, le avventure imperiali del governo dell’Unione. Sarà il prezzo per una piena legittimazione da parte USA del governo di Prodi.

Chiediamoci: cosa significherà questo passaggio? Una situazione simile a quella del febbraio 1917 e del governo Kerenski. Anche allora c’erano socialisti rivoluzionari favorevoli alla guerra (non in astratto, ma in concreto, cioè favorevoli alla natura imperialista della guerra in corso). Parliamo dei vari Kerenski, Tsereteli ecc. Oggi molti trotskisti sono pronti a compiere il lavoro sporco di macellai dell’imperialismo e tuoneranno contro la repubblica dei mullah, la violenza sulle donne, i diritti umani violati in Iran, continuando a restare nel libro paga della CIA come avanguardie della controrivoluzione e del disordine mondiale. Si creerà un movimento pacifista, cioè appartenente al fronte borghese (in qualche caso a quello reazionario, analogo al partito dei Cento Neri della Russia, perchè è soltanto un luogo comune che qualsiasi lotta contro la guerra o presa di distanza da essa significhi automaticamente antimperialismo) che difficilmente potrà essere scambiato per una risorsa di trasformazione rivoluzionaria.

Resta il fatto, indubbio, che molte forze nell’Unione pensano ancora che l’imperialismo e le sue operazioni sullo scenario globale sarebbero “progressivi”, limitandosi a proteste simboliche, di facciata, condite di fraseologia pacifista piccolo-borghese e/o etico-religiosa. Sono legate culturalmente e ideologicamente ad una concezione sciovinista e socialfascista dell’Occidente e ritengono che ogni passaggio “progressivo” per il movimento operaio e per il movimento di emancipazione sociale debba partire dal punto più alto dello sviluppo, cioè dalla “civilizzazione” americana, per loro sinonimo di civiltà tout court. Molti degli stessi esponenti della cosiddetta “sinistra radicale” (ma sostanzialmente anticomunista, socialimperialista) sono di questa opinione.

Malgrado decenni di “marxismo” sono rimasti inguaribilmente occidentalisti, cioè socialimperialisti travestiti da pacifisti. Non voglio essere un dottrinario “ortodosso” ma l’operazione di falsificazione ideologica e di sottomissione politica agli interessi dell’imperialismo da parte di costoro è stata denunciata da Lenin in modo chiaro e definitivo: chi si oppone alla guerra in generale e non alla guerra concreta non legherà mai la guerra alla rivoluzione proletaria, cioè al movimento che si oppone all’imperialismo e lo abbatte.

Questo pacifismo è ancora più indietro, più confusionario, più irrimediabilmente impotente e rinunciatario della dottrina della “guerra giusta” del tomismo cattolico e della presa di posizione dettata dalla coscienza morale di molti “partigiani della pace” non schierati sul terreno direttamente politico. A mio avviso non sarà possibile ripartire e gestire l’iniziativa dei comunisti se non ci libereremo in modo irreversibile da questo “pacifismo” parolaio che rende impotente ogni opposizione all’imperialismo. I comunisti si qualificano come tali non per l’album di memorie che conservano nel cassetto ma per una concezione del mondo che diventa un’arma squisitamente politica per l’azione. Questa concezione del mondo consente di criticare l’impianto (ideologico, cioè mistificatorio) degli imbonitori che fingono di non vedere quanto le contraddizioni dell’imperialismo si aggravino e come la crisi avanzi a passi da gigante. Uno, due, tre guerre locali, una guerra mondiale sarà sufficiente per liquidare l’infantilismo di molta “sinistra”? Estremista a parole ma piena di buon senso e di “calcolo” borghese e non disponibile a rinunciare, nella putrefazione crescente del capitalismo, alla sua quota di benefici e di garanzie, alla partecipazione (oggi evidentemente a rischio e sempre più ridotta dalle convulsioni dell’economia mondiale) a quei famosi sovrapprofitti, di leniniana memoria, che consentono ad un pugno di paesi con l’appoggio attivo delle classi lavoratrici trasformatesi in piccoli borghesi, di sfruttare il resto del mondo. Solo chi romperà questo patto scellerato potrà onorarsi di portare il nome di comunista, ma per romperlo dovrà chiarire che la lotta contro la guerra è lotta contro l’imperialismo, cioè lotta di classe che deve essere organizzata e diretta in modo cosciente perchè si trasformi in lotta di tutti i combattenti per la democrazia e la pace (che sono obiettivi specifici dei comunisti) da parte di un corpo pensante e operante che si candida al ruolo di movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Si potrebbe dire, modificando l’espressione di un celebre intervento di Dimitrov contro il fascismo: “la lotta per il mantenimento della pace è, nelle condizioni attuali una lotta contro il [social-]fascismo; essa è dunque, al fondo, una lotta rivoluzionaria”.

Massimo Piermarini

19 aprile 2006


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