I compiti del partito che non c’è

Ancora una volta siamo costretti a ragionare in modo virtuale di fronte ad una situazione che si evolve rapidamente e che minaccia di precipitare. In altra parte del Foglio abbiamo cercato di fare un’analisi della situazione prodotta dal governo D’Alema e dei motivi della sua sconfitta. Ora dobbiamo ragionare su che cosa ci aspetta e quale compito spetta ai comunisti. Il ragionamento, come si è detto, è praticamente virtuale dato che manca la sede per la discussione e la messa in pratica di un progetto politico. Ancora una volta, questa affermazione potrà scatenare la reazione dei vari aggregati che si definiscono comunisti (quando parliamo di aggregati comunisti ci riferiamo a coloro che non sono nel PRC), i quali ritengono offensivo che si sottovaluti il loro ruolo, ma essi, a nostro parere, al di là delle opinioni che hanno di se stessi, stanno ben fuori dalla mischia, per debolezza e per scelta.

Ragionando da comunisti, dobbiamo invece sforzarci di capire come affrontare la situazione che si è delineata con la crisi del governo D’Alema e come starci dentro. A questo proposito, riteniamo che si offrono due ipotesi. Una è certamente negativa e possiamo dire che è iniziata col governo Amato. Essa consiste in un ragionamento basato sul meno peggio, tanto meglio. Come dire: non buttiamo il bambino con l’acqua sporca e quindi, se D’Alema è finito, non regaliamo il governo alla destra. Su questa lugnhezza d’onda si sintonizzeranno le sirene dell’unità democratica contro l’avanzata della Vandea berlusconiana e certamente questo argomento può far presa su settori della sinistra che, disgustati dallo spettacolo offerto dal centro-sinistra, non hanno votato, ma che coi ricatti emotivi possono essere indotti a soccorrere la compagine dell’Ulivo e soprattutto i DS.

Questo è certamente un serio pericolo, perchè un recupero degli ulivisti rilancerebbe la politica nefasta del centro-sinistra rispetto alla trasformazione autoritaria delle istituzioni e alla subalternità ai poteri forti e all’imperialismo. Non dobbiamo mai dimenticare che gli ulivisti sono coloro che hanno deciso la guerra contro la Jugoslavia, la consegna di Ocalan alla Turchia, la vendita della FIAT agli americani, il finanziamento delle scuole private, le privatizzazioni, le leggi antisciopero, il rilancio culturale del clericalismo, ecc., ecc.

Dunque le forze che hanno rappresentato questa politica, DS in testa, vanno tenute ben lontane da ogni possibile inserimento in un arco di alleanze di sinistra e democratiche, in quanto ne rappresentano l’antitesi. DS e ulivisti vanno combattuti come nemici, come una delle forme di espressione del capitalismo e dell’imperialismo italiani, la loro variante "democratica".

Su questa linea non bisogna assolutamente cedere, ma nel contempo occorre dare una risposta politica a coloro che capiscono che la vittoria del Polo produce delle novità non indifferenti e cercano una linea di difesa efficace che certamente non è il tanto peggio tanto meglio. Allora quale può essere questa linea di difesa? Certamente la linea da seguire non può essere solo quella di ripetere il giudizio su D’Alema, semmai di raccogliere i frutti a sinistra di questa crisi approfondendo i punti di dissenso sulla sua politica che si sono manifestati in questo ultimo tempo e facendone altrettanti punti di unità a sinistra: la guerra, la scuola pubblica, le privatizzazioni, le riforme istituzionali autoritarie, le leggi antisciopero. Su queste cose si è manifestato il rifiuto al voto a sinistra, solo in parte raccolto dal Polo e in gran parte invece passato all’astensione, e su queste cose va posto il discrimine e vanno poste le basi per l’unità a sinistra. Sicchè, al contrario di ciò che pensano quei "comunisti" intenti a costruire o ricostruire partiti di cartapesta, i comunisti, quelli veri in carne ed ossa, hanno il compito, se intendono svolgere un ruolo politico ed essere di riferimento, di indicare, al di là delle declamazioni, un percorso politico concreto, di saper costruire, nella nuova situazione, un programma di massa che risponda alle esigenze della sinistra, dei ceti popolari, delle forze democratiche più avanzate che si vogliono opporre alla destra e che non devono poter vivere la sconfitta di D’Alema come la propria. Per far questo occorre però fermezza sui contenuti di un programma politico e duttilità sui rapporti a sinistra. La destra si può battere solo con una resistenza popolare e di massa che eviti da una parte chiusure settarie e dall’altra giochi politici che rimettano in ballo la politica del cordone ombelicale, da Betinotti a Mastella.

Come si è detto all’inizio, la discussione su queste cose non ha la sede politica adatta, si tratta più di un messaggio inviato dentro una bottiglia in attesa che qualcuno lo raccolga che di una possibilità di proposta politica diretta. Tuttavia nella mischia bisogna scendere e lì trovare gli interlocutori di un progetto, senza cadere nel movimentismo e nel rivendicazionismo.

Se esiste un ruolo dei comunisti oggi, è certamente quello di individuare i punti di crisi su cui la destra montante può arenarsi e su questo concentrare il massimo delle forze e dell'unità a sinistra.

La possibilità di combattere l'avanzata della destra si determina, a nostro parere, non con alchimie parlamentari all'interno di un centro-sinistra, ma con una vera unità politica che abbia un consenso di massa.

All'interno di questo discorso occorre porre ai comunisti, dentro e fuori il PRC, il problema di questo partito. Esso gioca in questo momento un ruolo importante nella politica di opposizione e nel discorso unitario a sinistra. Questo partito, per scelta e per condizioni oggettive, diventa il crocevia delle relazioni tra gruppi, settori di movimento, compagni, e anche un perno delle alleanze politiche. Sappiamo anche che il PRC ondeggia continuamente tra tendenze istituzionali e parlamentaristiche e opposizione politica di massa. La scelta tra queste due linee, cioè tra l'opposizione vera e il giuoco politico dipende anche da noi, da quei compagniu che devono saper agire, senza entrismi o giochi di corrente, per mandare le cose nella direzione giusta. Pur se ragioniamo sulla base del partito che non c'è, contro ogni forma di cialtroneria postsessantottina e di idiotismo ideologico, i comunisti, di fronte alla situazione che si è determinata, debbono saper unire autonomia strategica e obiettivo della fase politica.

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