Molti si ostinano a non vedere e non capire. Eppure tutto si può rimproverare ai nuovi nazisti che siedono a Washington (e a Tel Aviv), tranne la mancanza di chiarezza sui loro effettivi propositi.
Lo scacco subìto in Iraq pesa enormemente, è chiaro - e il mondo intero è in debito con la resistenza irachena - ma non per questo i piani strategici della guerra infinita sono stati abbandonati. Al contrario.
Secondo molte indicazioni il prossimo obiettivo potrebbe essere proprio l’Iran, con il pretesto, non proprio nuovissimo, delle armi di distruzione di massa. Le sanzioni economiche per indebolire il nemico e le manovre diplomatiche per disarmarlo sono già ben avviate. Commandos e infiltrati sono già all’opera per identificare gli obiettivi da colpire o forse per operazioni ancora più sporche. Gli aerei da guerra violano in continuazione lo spazio aereo per identificare le postazioni radar della difesa. Se non colpiamo noi - fa sapere democraticamente il vicepresidente Cheney - potrebbe prendere l'iniziativa Israele (che le armi nucleari le ha, ma che c’entra, quello è nostro alleato). Insomma tutto sembra pronto per estendere l’incendio all’Iran.
Del resto una logica c’è: tra Iraq, Iran, Arabia Saudita ed Emirati del Golfo c’è la massima concentrazione mondiale delle riserve di petrolio e gas naturale, una risorsa tutt'altro che infinita di cui gli USA vogliono assicurarsi il controllo e impedire lo sfruttamento da parte dei concorrenti, nella più classica logica imperialista.
La traduzione che presentiamo di alcuni brani da un articolo di Rainer Rupp sul quotidiano tedesco “Junge Welt” del 29 gennaio aiuta a comprendere i termini dello scontro che si va profilando e il ruolo della Cina, che anche in altre aree del mondo, come per esempio in America Latina, ma anche in Africa (Sudan!), per assicurarsi l’energia di cui ha bisogno per il suo impetuoso sviluppo viene a trovarsi in rotta di collisione con la politica degli imperialisti.
A noi resta da capire un’altra cosa: cosa c’entra in tutto ciò il terrorismo, la democrazia, la libertà, le elezioni, la non violenza e quant’altro? Perchè dobbiamo ancora assistere allo scandalo, non solo di un governo schierato al cento per cento con i nazisti di Washington, ma anche di una sinistra incapace di dire la verità e di reagire con coraggio e determinazione contro la deriva bellicista che travolge anche il nostro paese? E’ mai possibile che continui l’ipocrisia più totale sui caduti italiani in Iraq e che nessuno ne chieda conto al governo che li manda a morire? La morte del maresciallo Cola sarà servita a mandare in Iraq gli elicotteri Mangusta? L’opposizione è soddisfatta? Gli aerei Predator già c’erano. E’ mai possibile che si debba leggere su “Liberazione”, a firma del direttore, che “ci rendiamo conto che la partecipazione di massa alle elezioni [in Iraq] è stata un fatto di enorme rilievo politico e storico, che certamente non può essere liquidato come farsa, e che cambia tutte le dinamiche politiche di questi ultimi anni, introducendo un elemento, sia pur piccolissimo, di democrazia e di non violenza, in una vicenda fin qui affidata soltanto al rapporto di forza tra armati”. ?
A metà del 2004, con un investimento di 3,5 miliardi di dollari, è stato concluso l’accordo per l’oleodotto Cina-Kazakstan, che pone le basi di un maggiore impegno cinese negli stati produttori di petrolio e gas dell’Asia centrale e della regione del Caspio. La mossa era stata pevista dagli esperti occidentali, ma l’enorme entità del finanziamento per questo primo passo ha destato sorpresa e suscitato nei giornali specializzati commenti “preoccupati” per l’ingresso cinese in sfere di interesse “occidentali”. Il grande accordo per la fornitura di gas tra Pechino e Teheran per un valore di 100 miliardi di dollari è stato giustamente designato nei media occidentali come “accordo del secolo”, anche perchè dovrà essere completato con ulteriori forniture tra i 50 e i 100 miliardi di dollari. A quanto riferiscono gli esperti, tra Iran e Cina sono in corso trattative per un accordo di analoga portata sul petrolio (...) L’accordo sul gas prevede l’esportazione di 10 milioni di tonnellate di gas liquido iraniano all'anno per un periodo di 25 anni. Nel frattempo l’industria cinese si è impegnata in progetti di cooperazione molto remunerativi e a lungo termine in Iran, senza doversi preoccupare della concorrenza americana o europea perchè soprattutto Washington cerca di isolare e di indebolire l’Iran, annoverato tra gli “stati canaglia” con le misure di boicottaggio economico, aventi valore di legge, dell’”Iran-Libya Sanctions Act”. La legge, approvata dal Congresso USA, impone al governo statunitense di punire tutte le società straniere che investono più di 20 milioni di dollari nell’industria petrolifera e nell’estrazione del gas iraniano. Anche se la cifra esatta degli investimenti cinesi nel settore energetico iraniano non è ancora nota, è probabile che superi di molte volte il limite dei 20 milioni e rappresenti così una sfida aperta agli americani.
L’accordo di Pechino con Teheran comprende un’ampia partecipazione della società petrolifera statale della Cina sia nella ricerca e prospezione di nuovi giacimenti e perforazioni sia nello sviluppo dell’industria petrolchimica, di quella degli oleodotti e dei servizi nel settore petrolifero e del gas. (...)Le riserve di gas iraniane, che si trovano per circa metà in zone marine in prossimità della costa, vengono valutate intorno ai 26.600 miliardi di metri cubi e sarebbero pertanto seconde per grandezza nel mondo. Secondo l’accordo, la Cina parteciperà allo sfruttamento del bacino petrolifero dello Yad-Avaran le cui riserve sono valutate sui 17 miliardi di barili. Lo stesso vale per il gigantesco giacimento di gas Pars-Sud che l’Iran condivide col Qatar e che contiene circa l’8 % delle riserve mondiali di gas.
Con l’accordo stipulato con l’Iran i cinesi hanno dimostrato di non lasciarsi impressionare dalle regole imperiali stabilite da Washington. Proprio nella regione che le dichiarazioni più volte ripetute di successivi governi statunitensi definiscono “di importanza vitale” per la sicurezza nazionale degli USA, Pechino si contrappone energicamente alla politica USA di embargo contro Teheran. Col contratto del secolo, l’Iran trova poi, anche senza trattati formali di assistenza militare, un potente alleato. Non solo, ma adesso Washington deve anche preoccuparsi della possibilità che i governi di altri paesi, che finora non si fidavano abbastanza di Teheran o ritenevano che la situazione fosse troppo precaria, seguano l’esempio cinese. Se l’accordo Cina-Iran inducesse negli stati europei, nel Giappone, in India e in Russia un ripensamento sul rischio di operare in Iran, per Washington sarebbe un colpo durissimo. Un primo passo in questo senso potrebbe venire per esempio dalla riattivazione del memorandum di intesa firmato nel 1993 tra l’India e l’Iran per la costruzione di un oleodotto lungo 2.670 chilometri. Anche la Turchia, che ha già concluso con l’Iran un accordo per la fornitura di gas per 25 miliardi di dollari, potrebbe essere incoraggiata a concludere ulteriori accordi. (...)
L’Iran mostra anche un crescente interesse per l’”Accordo di cooperazione di Shangai” che vede la collaborazione in materia di sicurezza di Tadjikistan, Kazakstan, Kirgizistan, Uzbekistan, Cina e Russia. La Cina e la Russia sono visti da molti nella regione come i principali punti di appoggio contro il superstato canaglia americano, che sempre più calpesta tutte le norme del diritto internazionale. Anche se per il momento un’alleanza formale tra Cina, Russia e Iran è esclusa, i tre paesi hanno la stessa percezione della minaccia rappresentata dagli USA. La penetrazione USA dopo l’11 settembre nella regione dell’Asia centrale, ricca di petrolio e di gas, è seguita con grande preoccupazione per la politica di Washington sia dalla Russia e dalla Cina, sia dall’Iran. Mosca e Teheran considerano questa regione come il loro “cortile di casa” in cui la Cina ha il ruolo di cliente affidabile e - diversamente dagli USA - senza pretese egemoniche. Pechino da parte sua vede nella regione una ulteriore importante fonte per garantire a lungo termine il suo fabbisogno energetico e si preoccupa della sua stabilità.
Washington d’altra parte ha concluso con vari paesi dell’Asia centrale (Azerbaigian, Tadjikistan, Kirgizistan, Uzbekistan) accordi militari e di sicurezza bilaterali e intanto rafforza il cosiddetto gruppo GUUAM, a cui appartengono anche l’Azerbaigian e la Georgia, che serve da contraltare all’influenza russa in Asia centrale lungo il BTC, l’oleodotto "Baku-Tbilisi-Ceyhan. (...),
Rainer Rupp
da "Junge Welt", 29 gennaio 2005