Dopo il bis di D’Alema
Liquidare i DS e costruire l’opposizione alla destra

Mao diceva giustamente che quando il cane cade nell’acqua bisogna continuare a bastonarlo per impedire che uscendo continui a mordere. La caduta del governo D’Alema bis deve indurci alla stessa considerazione. La crisi provocata dalla pochezza di questo leader e dalla inconsistenza di strategia e di programma dei DS deve essere sfruttata dai comunisti e dalla sinistra per sgomberare la scena dallo spettacolo immondo provocato dal governo a guida DS e dal suo epilogo, il governo Amato.

Già alcuni mesi fa Aginform era uscita con il titolo: «Ringraziare D’Alema?» Naturalmente il ringraziamento non andava a D’Alema per il suo programma, ma per le contraddizioni che aveva aperto.

Certo queste contraddizioni hanno anche portato, per ora, al rafforzamento della destra, ma siano sicuri i compagni che questo risultato non era evitabile. Lo diciamo ai compagni che condividono il pensiero di quel lettore che ci aveva scritto "non mi abbono" perchè avremmo la colpa di attaccare un governo che è "meno peggio" di Berlusconi.

Le contraddizioni aperte da D'Alema stanno producendo però anche una situazione nuova a sinistra, con la crisi della deriva moderata e collaborazionista. Il bilancio dei due governi D’Alema, infatti, è sotto gli occhi di tutti. Vaticano, Fiat, americani, referendum, privatizzazioni e in più Mastella, Pannella, Cossiga, Boselli: sono questi gli interessi e le interlocuzioni d’alemiane. Ciò ha sicuramente aperto gli occhi a grossi settori della sinistra che hanno, giustamente, rifiutato il consenso.

Mentre dunque la destra lavora per andare al governo, i comunisti devono pensare a come trarre profitto da questa situazione.

Innanzitutto, a nostro parere, compito immediato è, come abbiamo detto in apertura, di continuare ad approfondire la crisi dei DS. Essi tenterannno di salvarsi facendo appello alla lotta alla destra, ma questa trappola non deve scattare. I DS non hanno oggi nessuna funzione reale nella lotta contro la destra. Essi sono stati usati dai poteri forti per una politica di destra, compresa la guerra alla Jugoslavia, e ora che la marea berlusconiana monta vengono accantonati. Dobbiamo essere consapevoli che questa accozzaglia di arrivisti che sta sotto la sigla DS può essere rimessa in gioco alla bisogna dai poteri forti. Prima che questo accada bisogna bastonare duramente il cane che è caduto nell’acqua.

Una domanda viene lecita a questo punto: se la borghesia può rilanciare a suo piacimento una formazione politica come i DS, perchè preoccuparsi di liquidarla? Il fatto è che non dobbiamo dimenticare che la mutazione genetica del PCI ha intrappolato settori della sinistra più moderata, che i comunisti devono saper sottrarre alla politica di destra dei DS, dimostrando che, senza una linea di demarcazione - che significa rifiuto della guerra, laicità dello stato, difesa degli interessi popolari, funzione sociale dello stato, ecc. - non può esservi nessuna sinistra. D’Alema ne è stato la dimostrazione.

Ma allora, ci si può chiedere, queste considerazioni portano ad accettare il disegno bertinottiano della sinistra plurale e dell’alternativa? Secondo noi la posizione dei comunisti deve divergere dalla proposta di Bertinotti. La divergenza non riguarda l’unità a sinistra, bensì lo sbocco di questa unità. A nostro parere l'unità deve significare la costruzione di una forte opposizione sociale e politica (insistiamo sull’aspetto politico e non solo sociale di questa opposizione) ai governi di destra e la tenuta di questa unità su un programma e sullo scontro. Illudersi che alcune espressioni politiche di vertice, di dissenso con D’Alema, che vengono dall’area moderata possano significare la costruzione di un’alternativa di governo della sinistra plurale significa cadere nell’ipotesi del governo Jospin-Hue, che consideriamo la versione francese del centro-sinistra italiano.

Quindi unità e opposizione sono i due punti di riferimento per i comunisti.

Il nostro discorso potrà non piacere a quella sinistra "rivoluzionaria" che, non assumendosi responsabilità strategiche, si dibatte tra estremismo velleitario, economicismo, pentitismo. Non vorremmo che questa sinistra, coll’avanzata del Polo, si dimostri solo elemento di disturbo (si ricordi il Leoncavallo all’epoca del primo governo Berlusconi, che accettò una trattativa privata sui locali quando si stava delineando un momento alto dello scontro antifascista).

Anche in questa direzione dobbiamo lavorare con spirito unitario, portando avanti un programma che sia basato su solidi riferimenti popolari e democratici. All’ordine del giorno non c’è oggi una rivoluzione comunista, ma un programma unitario della sinistra per ricostruire ciò che D’Alema e i DS hanno distrutto. Questo è il compito di fase dei comunisti e il modo efficace di opporsi alla destra.

Per nostra fortuna, uno dei tentativi più odiosi e insidiosi di gestire un programma di destra con una fisionomia di centro-sinistra è fallito miseramente.

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