La fine dell'impero

1. La guerra americana all’Iraq è stato un atto deliberato in violazione del diritto internazionale, dello statuto delle Nazioni Unite e della volontà dei popoli del mondo verso la pace. Nulla giustifica questo atto aggressivo e questa campagna militare paragonabile nella storia alle più spietate guerre coloniali, da quelle spagnole per il controllo dell’America latina e per la distruzione dei popoli indigeni dotati di una millenaria cultura come gli Atzechi e gli Incas a quelle inglesi per il controllo del subcontinente indiano, porzioni della Cina e dell’arcipelago australasiatico. La natura del regime totalitario di Saddam Hussein non c’entra nulla con le ragioni vere della guerra; essa è una foglia di fico che vuole mascherare l’appropriazione delle fonti energetiche ed il controllo del Medioriente. E dopo l’Iraq le minacce ora piombano sulla Siria e sull’Iran, mentre in Asia si accrescono sulla Corea del Nord.

I risultati militari ottenuti dagli anglo-americani erano prevedibili per la loro superiorità aerea e tecnologica rispetto a quella dell’esercito iracheno e soprattutto perché il territorio iracheno, abitato da tre etnìe (sunnita, sciita e curda) non unite proprio per la politica autoritaria del regime, è stato aggredito da diversi versanti, con la neutralità o la complicità delle etnìe sciita e curda.

E’ il trionfo della vecchia logica che si ripropone sempre nel mondo, sin dai tempi dell’impero romano, quando per ottenere la dominazione globale la potenza imperiale si appoggia ora su un popolo e domani sull’altro, ma per sfruttarli entrambi.

E’ successo così quando gli americani stavano dietro Saddam Hussein mentre reprimeva ed usava i gas sui curdi o voleva espandersi violando l’integrità territoriale dell’Iran; succede ora, nel momento in cui gli americani si appoggiano sui curdi (dopo che per decenni quest’ultimi sono stati repressi dai turchi e dagli iracheni) per disintegrare l’Iraq e mettere le mani su tutto il petrolio del medioriente impedendo l’unificazione della nazione araba.

2. La storia dell’Iraq degli ultimi cinquant’anni dovrebbe essere attentamente studiata, soprattutto a sinistra, per capirne gli sviluppi attuali. E’ noto, infatti, come in questo paese dopo la rivoluzione nazionale di Kassem nel 1958, che univa la parte anticoloniale e progressista dell’esercito con il popolo (riscuotendo la partecipazione attiva del partito comunista iracheno) e si collegava alla rivoluzione nazionale egiziana di Nasser, gli interessi anglo-americani erano stati seriamente minacciati. L’imperialismo americano ha quindi manovrato sia dall’esterno occupando il Libano, appoggiando Israele e rafforzandolo militarmente, sia dall’interno facendo pressioni sull’ala destra della borghesia irachena, tanto da indurre dapprima Kassem a scaricare i comunisti dalla coalizione governativa, quindi nel 1963 appoggiando il colpo di stato di destra che portò al governo un gruppo di militari staccati dalle masse, che iniziarono una vasta repressione dei comunisti, dei progressisti e delle etnìe curda e sciita. Analogamente, in Iran, alla fine degli anni ’50 e negli anni ’60, gli anglo-americani appoggiarono lo Scià, dopo la fallita rivolta antimonarchica di Mossadeq, per reprimere violentemente comunisti e progressisti del suo paese. In tal modo Israele, Arabia Saudita, Iraq ed Iran erano sotto il controllo dell’imperialismo anglo-americano.

Saddam Hussein è stato un discendente del gruppo dei militari che fecero il golpe nel 1963 e si è appoggiato sull’etnìa sunnita per mantenere il suo regime, mentre veniva armato dagli americani per colpire la rivoluzione komeinista maturata in Iran alla fine degli anni ’70 e vittoriosa agli inizi degli anni ’80.

3. La caduta del regime di Saddam Hussein non è quindi avvenuta in seguito ad un movimento di massa, ma come conseguenza di un’occupazione militare di tipo coloniale, aprofittando delle divisioni etniche. Essa deve insegnare ai popoli che la loro divisione e la strumentalizzazione del loro retaggio storico fanno il gioco dell’imperialismo e non aiutano la democrazia, perché trasformano il popolo in schiavo e fanno perdere l’identità nazionale e culturale come segno di una particolare civilizzazione. Non a caso ora vengono devastati e dati alle fiamme a Bagdad e nelle altre città irachene con il beneplacito delle truppe d’occupazione il Museo nazionale, la Biblioteca nazionale ed altri resti della civiltà mesopotamica, proprio per far perdere la memoria di una delle civiltà più antiche dell’umanità. Solo in questo modo, tra l’altro, l’imperialismo americano può imporre più facilmente il suo dominio anche culturale.

Non dimentichiamo, ad esempio, che durante l’occupazione dell’Italia gli americani imposero il rock and roll emarginando la musica italiana, molto nota ed apprezzata nel mondo per le sue melodie e per la sua poesia, oltreché il loro modello di vita di cui ricordiamo la brillante satira di Alberto Sordi nel film "un americano a Roma".

4. Come nell’attacco alla Yugoslavia era stata colpita l’ambasciata cinese, così adesso è stato deliberatamente colpito il convoglio diplomatico russo che da Bagdad si trasferiva in Siria e sono state saccheggiate nell’indifferenza delle truppe d’occupazione le ambasciate della Russia, della Germania, della Cina ed il centro culturale francese. Guarda caso edifici di proprietà di paesi che si sono opposti alla guerra.

Le reazioni politiche della Russia, della Francia e della Germania associate in dichiarazioni d’intenti prima e dopo l’aggressione, nonché quella della Cina, identiche nella sostanza ai primi tre paesi, rappresentano indubbiamente un elemento positivo contro il tentativo egemonico mondiale dell’imperialismo Usa con a fianco Inghilterra ed Israele, perché fondate sulla difesa del diritto internazionale. Tuttavia, sul piano politico presentano molti limiti, in quanto gli americani stanno facendo quello che vogliono e manca da parte di questi paesi una netta contrapposizione politica agli Usa, non solo per impedire ulteriori aggressioni ed espansioni economiche e militari ma per far vivere diritto ed organismi internazionali che hanno perso credibilità e non rappresentano più nulla, senza i quali a livello mondiale regnerebbe l’arbitrio dell’epoca coloniale. L’Onu ha infatti imboccato la strada della Società delle Nazioni e rischia di non esistere più, nemmeno a livello formale.

Certo la guerra aggressiva all’Iraq ha messo in evidenza le contraddizioni interimperialistiche e smontato tutte le teorie dei falsi profeti che si spacciano di sinistra sull’unità dell’impero senza aggettivo contro i popoli. Anzi, sul piano politico da questa guerra scaturiscono tre certezze: la spaccatura dell’Unione Europea, la spaccatura della Nato, l’impossibilità per il momento di costituire una forte Unione Europea sia economica che politica che militare in competizione con gli Usa. L’unico successo certo degli Stati Uniti è proprio questo: aver scongiurato il pericolo di perdere l’egemonia mondiale della loro moneta e della loro economia a favore dell’euro e di una forte Unione Europea; mentre dell’unità della Nato ora gliene interessa poco o niente, considerato che preferiscono agire da soli e non vogliono condividere con un altro stato forte, come la Francia o la Germania, quelle che considerano loro vittorie militari.

Fermo restando però che se gli Usa possono dire di aver vinto la guerra d’occupazione dell’Iraq, altrettanto non possono dire sia sull’esito della guerriglia che ancora esiste nelle città e sicuramente si svilupperà, sia se riusciranno a controllare il caos che hanno scatenato e la disperazione delle masse che non riescono a risolvere i problemi più elementari della sopravvivenza. Senza considerare altri nodi che verranno al pettine, ad esempio come imporre alla popolazione un governo dichiaratamente coloniale e come controllare le diverse etnìe ed il territorio; quale contropartita garantire ai curdi per essere stati in prima fila nella guerra, senza insospettire la Turchia che cerca una scusa per invadere il nord dell’Iraq e prendersi in proprio i ricchi pozzi di petrolio.

5. La guerra all’Irak è stata scatenata col pretesto formale che questo paese possedeva armi di distruzione di massa e mentre gli ispettori dell’Onu facevano le loro indagini e non le trovavano gli americani ribattevano che le armi c’erano e loro conoscevano i siti dalla rilevazione satellitare. Dopo un mese di guerra nessun’arma di distruzione di massa è stata trovata. Le uniche armi di distruzione di massa sono state quelle americane impiegate nei bombardamenti a tappeto delle città, le quali hanno colpito duramente la popolazione civile. E siccome le armi di distruzione di massa non sono state trovate si accusa la Siria di averle ospitate. E siccome tutta la dirigenza irachena è svanita nel nulla, ad alta voce si accusa la Siria di ospitarla (mentre a bassa voce si accusa la Russia di proteggerla nella fuga!) e così la Siria diventa uno stato che protegge il terrorismo e la guerra infinita proseguirà con la Siria.

6. I riflessi nel nostro paese della guerra all’Irak hanno evidenziato nella maggioranza una volontà servile nei confronti degli Usa, mentre nell’opposizione ulivista tante ipocrisie, le più evidenti quelle che con la parola pace desideravano non il blocco dell’aggressione ma la rapidità e la vittoria della guerra americana. Solo in pochi a livello di dirigenti (ex, attuali, o in formazione) sono usciti dal coro con una posizione chiara, come Cofferati. In verità, questa volta, a differenza delle stronzate dette sulla caduta dei paesi dell’est, è apparsa corretta anche la posizione di Ingrao. Segno di grande rilievo, invece, la partecipazione popolare che ha costretto obtorto collo molti ulivisti filoamericani a scendere in piazza, mascherandosi con le anzidette ipocrisie. Tuttavia, senza una precisa strategia antimperialista di massa organizzata da una forza politica comunista cosciente dei compiti della nostra fase storica, anche la forte partecipazione popolare rischia a lungo andare di svanire, così come negli anni ’80 è svanito il forte movimento pacifista sviluppatosi in Europa contro l’installazione dei missili Cruise e Pershing.

Dei giornalisti della carta stampata e delle reti audio e video, dei commentatori televisivi, compresi gli strateghi militari in divisa o senza, dei conduttori dei programmi cosiddetti di intrattenimento, che per un mese ci hanno sommersi di notizie, dobbiamo mettere in risalto la loro obiettività e fedeltà alle veline del Pentagono e la loro ansia mano a mano che si dispiegavano tutti gli atti di guerra fino all’hurrà liberatorio ed alla gioia quando le truppe anglo-americane hanno finalmente cacciato dal potere Saddam Hussein.

15 aprile 2003

Giuseppe Amata

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