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AGINFORM

Foglio di Corrispondenza comunista


Contributi
di analisi
e dibattito

Come l'Unione europea manipola i profughi siriani

Thierry Meyssan, 1 maggio 2016, [qui]

Due anni fa la strage di Odessa

PTV, 24 marzo 2016, video [qui]; vedi anche Dossier Odessa, Vito Macce, 5 maggio 2015 [qui]

Marco Carrai, fedelissimo di Matteo Renzi, il suo amico è "una spia del Mossad"

A.Massari, D.Vecchi, 24 aprile 2016, [qui]

Siria: "La Resistenza Siriana" (Al Muqawamat al-Suriyah)

Enrico Vigna, marzo 2016, [qui pdf], [qui in rete]

Situazione operativa sui fronti siriani del 19, 20, 21 Aprile 2016

Stefano Orsi, [qui]

11/9, vuoi vedere che si riapre l'inchiesta? (scherzo, naturalmente)

Giulietto Chiesa, 21 aprile 2016, [qui]

Putin sta preparando una purga di governo?

Saker, 21 aprile 2016, [qui]

Svolta storica: Cameron non è più il miglior amico degli Usa

Marcello Foa, 20 aprile 2016, [qui]

Contro il sinistrismo

Ugo Boghetta, 1 aprile 2016, [qui] e [qui]

"Il referendum olandese sull'Ucraina: i cittadini non credono più alle menzogne del regime mediatico"

Manlio Di Stefano, 8 aprile 2016, [qui]

Brigata d'intelligence USA a Vicenza per operazioni coperte in Africa

Antonio Mazzeo, 8 aprile 2016, [qui]

Una ministra amica degli amici del Califfo

Antonio Mazzeo, 7 aprile 2016, [qui]

I "Panama papers"

Zio Samuel punta il dito The Saker, 6 aprile 2016, [qui]; Segreti manipolati Pino Cabras, 6 aprile 2016, [qui]; Perchè i Panama Papers Thierry Meyssan, 7 aprile 2016, [qui]

La deflazione salariale spiegata agli operai della Whirlpool

Sergio Cesaratto, 11 febbraio 2016, [qui]

Quattro brevi punti più uno che è utile considerare quando discutete di Islam

Pierluigi Fagan, 28 marzo 2016, [qui]

! Gli attentati, la crisi, i fallimenti e i tradimenti

Piotr, 24 marzo 2016, [qui]

! 'Caos', 'errori' e informazioni mancanti. Dove va l'Impero?

Piotr, 21 marzo 2016, [qui]

Trump, Clinton & C. Come inquadrarli?

Piotr, 16 marzo 2016, [qui]

Messaggi in stile mafioso intorno alla miccia libica

Vincenzo Brandi, 8 marzo 2016, [qui]

Ventunesima settimana dell'intervento militare russo in Siria: la calma prima della tempesta?

The Saker, 6 marzo 2016, [qui]

Meglio affittare l'utero o la vagina?

Roberto Quaglia, 4 marzo 2016, [qui]

Requiem per il pluralismo

Giulietto Chiesa, 4 marzo 2016, [qui]

Dieci domande a chi vuole portare l'Italia in guerra in Libia "contro Daesh"

Sibialiria e Antidiplomatico, 27 febbraio 2016, [qui]

Ecco l'Italia in guerra con i droni

Antonio Mazzeo, Iperdroni, Killer Robot e Super-Umani per le guerre globali del XXI secolo 18 febbraio 2016, [qui]. I grandi affari dei progettisti del centro droni Usa a Sigonella 13 febbraio 2016, [qui]. A Sigonella il centro satellitare per teleguidare i droni killer USA, 11 febbraio 2016, [qui]

Putin sull'accordo USA-Russia per il cessate il fuoco in Siria

22 febbraio 2016, [qui]

La decrescita infelice

Pierluigi Fagan, 22 febbraio 2016, [qui]

L'urgenza di uscire dalla NATO

Comitato NO guerra NO NATO, 21 febbraio 2016, [qui]

Il pozzo e il pendolo

Crisi sistemica e guerra Piotr, 18 febbraio 2016, [qui]

Diciottesima settimana dell'intervento russo in Siria: una drammatica escalation sembra imminente

The Saker, 13 febbraio 2016, [qui]

A Lisbona il "trattamento Atene". Poi tocca a noi.

Maurizio Blondet, 11 febbraio 2016, [qui]

Omicidio Giulio Regeni, un'operazione clandestina contro l'Egitto e gli interessi italiani

Federico Dezzani, 10 febbraio 2016, [qui]; vedi anche Fulvio Grimaldi [qui]

La battaglia per Aleppo e le menzogne dei giornalisti di regime

Vincenzo Brandi, 10 febbraio 2016, [qui]

Siria: la sospetta emergenza umanitaria e la Turchia

Piccole note, 8 febbraio 2016, [qui]

Spedizione via terra in Siria. Ops, ora si puo'

Fulvio Scaglione, 7 febbraio 2016, [qui]

L'asse tedesco-tedesco

AlbertoBagnai, 7 febbraio 2016, [qui]

Perché stanno demonizzando Putin

Giulietto Chiesa, 7 febbraio 2016, [qui]

2016: un'osservazione dall'alto della tempesta

Federico Dezzani, 4 febbraio 2016, [qui]

La maschera "anti-ISIS"

Manlio Dinucci, 2 febbraio 2016, [qui]

No Nato, un bel passo avanti

Fulvio Grimaldi, sul convegno M5S "Se non fosse NATO", 30 gennaio 2016, [qui] e [qui]

Il più grosso fallimento di Putin

The Saker, 24 gennaio 2016, [qui]

Italia-UE, una crisi dentro una crisi più grande

Pino Cabras, 18 gennaio 2016, [qui]

Il grande attrito tra Italia e UE, tra Sud e Nord Europa, tra grandi partiti

Pier Luigi Fagan, 16 gennaio 2016, [qui] e [qui].

Cina, il mondo non è in crisi a causa di Pechino. Parte della colpa è dell'Eurozona

Alberto Bagnai, 18 gennaio 2016, [qui]

Quindicesima settimana dell'intervento russo in Siria: quando nessuna nuova è una buona nuova

The Saker, 17 gennaio 2016, [qui]

ISIS colpisce anche Giacarta. Almeno qui non c'entra Erdogan

Maurizio Blondet, 15 gennaio 2016, [qui]

I sapienti sunniti disconoscono Casa Saud

Stefano Zecchinelli, 10 gennaio 2016, [qui]

Libia, il piano della conquista

Manlio Dinucci, 12 gennaio 2016, [qui]

Voi al governo, che cosa avete capito?

Sulla riforma della Costituzione Gustavo Zagrebelsky, 12 gennaio 2016, [qui]

Gli scenari politici e mediatici della Russia e dell'Occidente osservati dal punto di vista degli Italiani residenti in Russia

Cesare Corda, 9 gennaio 2016, [qui]

Arabia Saudita e Iran, l'ultima farsa dell'ONU

Fulvio Scaglione, 6 gennaio 2016, [qui]

Anonymous contro ISIS e Godzillah contro King Kong

Maurizio Blondet, 2 gennaio 2016, [qui]

Heil mein NATO! Ucraina 'vivaio' del rinascente nazismo in Europa

Manlio Dinucci, 5 gennaio 2016, [qui] o [qui]

Tredicesima settimana dell'intervento russo in Siria: smascheriamo le bugie

The Saker, 2 gennaio 2016, [qui]

Come e perché il Comitato No Guerra No Nato partecipa alla manifestazione del 16 Gennaio

Fulvio Grimaldi, 2 gennaio 2016, [qui]

Articolo di fine anno

Massimo Mazzucco, 28 dicembre 2015, [qui]

Missione in Libia, Renzi stanzia 700 milioni di euro

Carlo Panella, 23 dicembre 2015, [qui]

L'Ue è la nuova schiavitù: ce lo diceva già Lenin

Diego Fusaro, 27 ottobre 2015, [qui]

Il DL "salva banche": una rovina per gli investitori, un enorme regalo per gli amici

Luigi Pecchioli, 27 dicembre 2015, [qui]

Putin e Israele: un rapporto complesso e ricco di stratificazioni

The Saker, 23 dicembre 2015, [qui]

Perché il governo d'unità nazionale libico fallirà: Washington e Londra tifano per una nuova Somalia

Federico Dezzani, 18 dicembre 2015, [qui]

È un attacco ai risparmi degli italiani

R. Santilli intervista Vladimiro Giacchè 27 dicembre 2015, [qui]

Renzi accetterà di essere "berlusconizzato" a colpi di spread?

Alberto Bagnai, 23 dicembre 2015, [qui]

Un passo indietro dall'abisso?

The Saker, 22 dicembre 2015, [qui]

Vladimir Putin: missili contro ISIS armabili con testate nucleari. Ash Carter: siamo in guerra con l'ISIS. Il messaggio tra le righe

Federico Dezzani, 12 dicembre , [qui]

PIVOT TO EUROPE. Il Piano che non c'è ma si vede

P.L.Fagan, 29 novembre 2015, [qui] e anche [qui] e [qui]; aggiornamento 3 dicembre 2015[qui]; analisi precedenti [qui] e [qui]

Marine Le Pen e le quote rosa italiane

Piotr, 8 dicembre 2015, [qui]

"L'Italia blocca l'estensione delle sanzioni UE alla Russia"

Maurizio Blondet, 9 dicembre 2015, [qui]

[continua]    


Il sindacalismo di base oggi

A distanza di alcuni decenni da quando è iniziata l'esperienza di quello che viene definito sindacalismo di base è ormai arrivato il momento di farne un bilancio e aprire un dibatttito a tutto campo.
Partiamo innanzitutto dal dato oggettivo, che è quello che ha avviato l'esperienza.
Esso si colloca storicamente all'interno del passaggio dei sindacati confederali - e in particolare della CGIL - al consociativismo, che eliminava completamente il carattere di indipendenza della contrattazione e di espressione delle esigenze dei lavoratori e delle lavoratrici nel processo produttivo e nei luoghi di lavoro. Eravamo a cavallo tra gli anni '70 e gli anni '80.
In questo processo si è avuta anche la rottura del monopolio della rappresentanza confederale, di fatto assoluta fino a quel momento e codificata dallo Statuto dei lavoratori, la legge 300/70. Così sono sorte forme diverse di opposizione, alcune transitorie e legate a singole vicende contrattuali, mentre altre hanno preso la forma di organizzazioni stabili come le RDB, i Cobas, la CUB tanto per citare quelle che hanno avuto maggiore visibilità. Ma da allora come si è evoluta la situazione?

Oggi si continua a utilizzare la definizione di "sindacalismo di base", termine che implica ovviamente una partecipazione di massa dei lavoratori in contrapposizione ai vertici sindacali, in maniera assolutamente impropria.
Intanto è bene precisare la differenza tra sindacato di base e sindacato di classe, questione che non è ideologica ma di rappresentanza sociale. Non vi è dubbio che il sindacalismo di base, nella sua espressione maggioritaria, ha trovato spazio soprattutto nel Pubblico Impiego e nei servizi e questo non a caso. Difatti il settore privato, e in particolare le fabbriche, ha subito nel corso degli anni '80 un processo di decentramento produttivo, di delocalizzazione, di chiusura di interi settori produttivi che ha di fatto impedito che l'opposizione operaia ai confederali, che pure c'è stata ed è stata massiccia, si stabilizzasse e diventasse organizzazione anche se, è bene ricordarlo, a indebolire la situazione hanno concorso anche l'opportunismo della ex sinistra sindacale e certi radicalismi che con l'autonomia di classe avevano ben poco a che spartire.

Diversa è stata la vicenda del PI e dei servizi. A rendere possibile una maggiore stabilizzazione organizzativa fuori dai confederali è stata da una parte una certa tradizione sindacale autonoma, quella che si manifestava nell'epoca delle vacche grasse dei bilanci dello stato, dall'altra una agibilità sindacale diversa dal privato che non è stata però mai veramente contrattuale. La contrattualità è stata sempre saldamente in mano, per delega del governo, ai confederali. Si è arrivati così al paradosso che mentre andava diffondendosi una tendenza ad organizzare strutture sindacali indipendenti, dall'altra queste strutture non hanno mai espresso, in termini generali, un potere contrattuale effettivo e questo le ha relegate alla semplice funzione di protesta e quindi episodica. Era questo che avevamo in mente all'inizio dell'esperienza? Certamente no, anche se sapevamo quanto difficile fosse il percorso.
In mancanza di una riflessione seria su ciò che stava avvenendo, nel frattempo hanno attecchito pratiche che hanno riprodotto in sedicesimo, come si usa dire, stili e comportamenti organizzativi molto tradizionali (ad essere buoni). Il progetto del sindacalismo di base si è frantumato in mille sigle che nei fatti dicevano le stesse cose, ma senza costruire un tessuto di rappresentanza unitario ed effettivo.

Gli ultimi avvenimenti che si sono aggiunti alle divisioni tradizionali tra le sigle del sindacalismo hanno accresciuto la crisi di credibilità e confermato il giudizio.

Avere un'opinione chiara, senza i paraocchi degli interessi di bottega, su ciò che è oggi il sindacalismo di base diventa dunque necessario. Chiudersi a difesa del proprio orticello non fa che approfondire la crisi di rappresentanza e deviare il discorso dalla situazione oggettiva. La quale presenta tre ordini di problemi.

Il primo e il principale è quello dell'agibilità sindacale e del diritto di sciopero.
Per impedire sia l'una che l'altro governo, confindustria e confederali hanno dato vita a una serie di limitazioni ai tempi e alle forme del diritto di sciopero e nel contempo, con l'accordo del gennaio 2014, hanno abolito l'autonomia del sindacalismo di base.
Su questo tema, che è strategico, andava definita una risposta che ponesse nel paese il problema, che è di carattere costituzionale, sulla legittimità dei provvedimenti adottati.
Mentre riforma costituzionale, legge elettorale, legge 107 della buona scuola e lo stesso jobs act entravano in ballo con ipotesi referendarie e con uno scontro politico che investe tutto il paese, sui diritti sindacali nessuno si è accorto che era in corso uno scontro vero. Anche perchè, dopo una scaramuccia legale, Cobas e USB sono andate a firmare l'accordo del gennaio 2014 nella illusione di stabilizzare una rappresentanza che nei fatti è senza diritti. Quindi, come nel 1983, agli albori del percorso del sindacalismo alternativo, quando fu presentato al Senato il progetto di legge 2236 per rompere il monopolio confederale sulla rappresentanza, si ripropone ora la lotta per superare i vincoli inaccettabili sulla libertà di sciopero e di organizzazione dei lavoratori. Nessuno può illudersi che senza questo passaggio, che è direttamente politico e costituzionale, possa continuare ad esistere una rappresentanza autonoma dei lavoratori e delle lavoratrici. E chi fa credere che ciò sia possibile agisce in perfetta malafede. Oppure si accontenta di rappresentanze formali, il che è ancora peggio.

Il secondo banco di prova di questa fase è la questione di come esprimere i livelli di organizzazione indipendente dei lavoratori.
Qui bisogna mettere in chiaro che esiste una differenza sostanziale tra sindacalismo di base e sindacalismo autonomo, che non sta soltanto nei programmi, ma anche e soprattutto nel metodo e nel modello di rapporto coi lavoratori.
La ricostruzione dell'organizzazione indipendente dei lavoratori e delle lavoratrici non sta nell'aggiungere una sigla ad altre sigle sindacali, sta nel definire un modello di partecipazione che sia al tempo stesso effettivamente coinvolgente e anche capace di portare a una crescita dei livelli di coscienza collettiva. Una struttura aperta a tutti e nelle migliori tradizioni dei consigli di fabbrica che sono stati la premessa ad una nuova stagione di partecipazione finchè i confederali li hanno normalizzati.
In questa logica va esclusa ogni forma di avanguardismo sindacale, che è invece quello che si verifica costantemente. Scioperi di esigue minoranze che vengono fatti passare per scioperi generali o categoriali che, oltre a screditare coloro che li indicono, mettono in evidenza un rapporto sbagliato con quella che viene definita base.
La domanda è semplice: può il sindacalismo di base sopravvivere come sindacatino di minoranza o questa è non solo la logica del sindacalismo autonomo, ma anche un esplicito atto di accusa contro chi pensa di poter prescindere dalla realtà e dai modi e tempi dell'azione di massa?
Agire diversamente copre soltanto interessi di autoreferenzialità e anche di bottega, nel vero senso della parola.

Il discorso critico sul sindacalismo di base non mira però a buttare il bambino con l'acqua sporca, anzi. Il sindacalismo di base è stato una buona esperienza, ma ora è arrivato il momento di ridiscuterne il modello e la funzione.
Non si tratta di rivedere solo i metodi di funzionamento, ma di capire il ruolo che deve svolgere in questa fase. Perchè non è possibile scindere le due cose, nel senso che per crescere, diventare rappresentativo e non svolgere, come adesso, una funzione marginale, bisogna andare ai contenuti.
Contro il monopolio confederale della rappresentanza e per l'autonomia della contrattazione basata sugli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici abbiamo costruito la prima fase del sindacalismo di base, ma questi sono solo i presupposti.
Oggi non si tratta più di cavalcare la grande ondata delle proteste. Quelle operaie sono state stroncate a partire dagli anni '80, quelle del pubblico impiego e dei servizi dalla riforma della contrattazione, dal blocco dei contratti, dalle privatizzazioni, dall'introduzione del precariato e dalla normativa pesante sul diritto di sciopero. Nel pubblico impiego lo sciopero è divenuta una formalità.
Allora come si superano queste difficoltà?
Intanto, come si è detto, riorganizzando un tessuto unitario del sindacalismo di base contro logiche autoreferenziali. Ma oltre a questo bisogna cogliere un dato nuovo che la situazione ci pone e cioè che senza un ruolo forte di impegno politico che riguarda le condizioni di vita dei lavoratori e delle lavoratrici, dei disoccupati, dei pensionati, uscendo dal terreno strettamente vertenziale, non si può dare slancio e fiducia e soprattutto rappresentanza ai loro interessi. Finchè nel paese non interverrà un soggetto che in maniera diretta sappia organizzare un movimento con queste caratteristiche la rappresentanza nei singoli posti di lavoro rimarrà soggetta a tutte le difficoltà che la situazione oggettiva ci presenta.
I posti di lavoro rimangono ovviamente il punto di partenza dell'organizzazione, ma la resistenza che in essi si esprime, nel pubblico e nel privato, deve coniugarsi con un protagonismo qualitativamente nuovo che dimostri che in Italia si è capaci di lottare per interessi veri che riguardano decine di milioni di persone. Solo operando questo passaggio si potrà portare avanti un'esperienza come quella del sindacalismo di base che non ha trovato ancora il modo di scrollarsi da dosso il metodo sessantottesco dell'autoreferenzialità e del minoritarismo. Che poi è anche la strada facile, ma inutile, di chi invece di guardare la luna vede solo il dito che la indica.
Su come affrontare queste cose il dibattito è aperto, ma alcuni punti fermi vanno messi, per evitare che tutto scada in proposte fantasiose che per lo più parlano inglese.

Alcune proposte che si possono avanzare e discutere.

1. Lanciare nei posti di lavoro, contro l'accordo del gennaio 2014, la parola d'ordine della resistenza contro la repressione dei diritti sindacali e fare del prossimo 25 aprile un momento di manifestazione di massa dei lavoratori. Nel contempo lanciare la proposta di legge sul diritto di rappresentanza che va collocata all'interno del fronte di lotta contro la legge di riforma costituzionale, la legge 107 sulla scuola, il jobs act e la legge elettorale.

2. Affrontare in termini generali la condizione sociale dei lavoratori, del precariato, dei bassi salari, delle pensioni, dei disoccupati, attorno allo slogan Lavoro e Dignità, uscendo, senza ovviamente abbandonarlo, dal particolarismo contrattuale e sfidando la logica liberista in una prospettiva di rovesciamento. Di landinismo si muore, ma bisogna cogliere l'importanza di certe campagne e saperle riproporre in una versione assolutamente diversa.

3. Impegnarsi nella battaglia sul pubblico impiego in maniera innovativa. Innanzitutto c'è uno scontro ancora in atto sulla scuola con la possibilità di referendum a cui un apposito comitato sta lavorando. La questione scuola (legge 107) è una cosa che non può riguardare solo le organizzazioni interne alla categoria, sia per la valenza sociale che per il fatto che essa è stata e per certi versi rimane una punta di lancia nello scontro col governo da parte di un settore, il più grande, dei pubblici dipendenti.
Non solo la scuola, ma l'intero settore pubblico è sotto attacco e le motivazioni strumentali sono chiare. Anche in questo caso bisogna rovesciarne la logica accettando la sfida che il governo ha lanciato e anche qui c'è ormai bisogno, come nel privato, di uscire da pure logiche categoriali e costruire un asse d'intervento che leghi lo scontro tra pubblici dipendenti e governo alla questione della Funzione Pubblica (la res publica) in termini di servizi e di strutture al servizio dei cittadini. Senza questo passaggio è dubbio, come dimostra la vicenda quasi decennale del mancato rinnovo dei contratti, che si riesca ad avere una capacità di risposta dei pubblici dipendenti.
Anche i trasporti, come l'insieme dei servizi pubblici sia dello stato che degli enti locali, vanno compresi in questo discorso. Dobbiamo evitare che le motivazioni della lotta di questi settori anneghino nelle procedure disciplinari, nelle normative antisciopero e nelle invettive dei giornali di regime.
Anche qui le vicende del passato dovrebbero insegnare qualcosa, a partire da quella delle ferrovie.


Su questi temi leggi anche il documento uscito dalla
Assemblea di Pubblico Impiego in Movimento
Bologna, 9 aprile 2016

Not in my name

E' il caso di dirlo chiaramente e apertamente che, al contrario della sinistra imperialista, non dobbiamo farci coinvolgere nella retorica antiterroristica come se fosse un nuovo fronte dell'antifascismo da seconda guerra mondiale. Nessun parallelo di questo tipo può essere fatto oggi.

Intanto perchè le vicende dell'ISIS sono accompagnate da una partecipazione attiva di alcuni dei soggetti che oggi vorrebbero coinvolgerci nel fronte 'antiterroristico'. E' un segreto di Pulcinella che a scatenare la guerra islamista hanno partecipato in vario modo le stesse potenze occidentali che sono vittime degli attentati che seminano stragi le quali - anche senza tirare in ballo quello che hanno fatto in Afghanistan, Bosnia, Iraq e Libia - nel più recente passato, proprio in Europa, hanno organizzato convegni a sostegno degli insorgenti in Siria, per non parlare delle basi logistiche dell'attacco terroristico che sono in paesi strettamente collegati agli USA, all'UE e alla NATO.

Nonostante la martellante propaganda occidentale che vuole farci credere il contrario e nasconde la verità, due dati sono certi in questa situazione. Che l'ISIS ha avuto lo sviluppo che conosciamo perchè alla base c'è stato un appoggio dell'area imperialista che fa capo agli USA, che ha creduto bene di inserirsi nella destabilizzazione del Medio Oriente favorendo un Califfatto che avrebbe dovuto spazzare via ogni residua posizione di indipendenza degli stati nazionali e che questa destabilizzazione ha provocato una radicalizzazione di settori islamisti ben oltre l'area mediorientale e che ora si sono resi protagonisti di azioni terroristiche con una regìa che sfugge a un'interpretazione univoca.

Quindi se oggi decine e decine di cittadini europei perdono la vita negli attentati islamisti la responsabilità risale a coloro che oggi invocano l'unità contro il terrorismo. E non solo per il diretto coinvolgimento nell'azione di organizzazione del Califfato, bensì per aver fatto del Medio Oriente, dell'Afghanistan, della Somalia, del Malì ecc. campi di battaglia per recuperare il dominio dell'occidente. Ora siamo dunque in una sorta di resa del conti dove non è chiaro quanto questa sia manovrata oppure corrisponda a un'autonomizzazione di settori radicali islamisti.

Comunque, se questi agiscono con una strategia coordinata e creano una situazione in cui l'Europa più che essere una fortezza assediata appare un colabrodo allo sbando, possono farlo perchè una parte dei loro sponsor continuano ad agire nell'ombra per non cedere le posizioni acquisite con l'avanzare del Califfato.

A nostro parere attentati come quelli di Parigi e di Bruxelles non sono una vera manifestazione di forza, ma un tentativo di reazione a ciò che sta avvenendo in Medio Oriente sul terreno, dove non solo l'azione combinata russo-siriana sta ottenendo risultati inimmaginabili fino a pochi mesi fa, ma tutto il fronte imperialista, che comprende anche Turchia e Arabia Saudita, è in crisi strategica.

In questo contesto, il Califfato che, non dimentichiamolo ha anche egemonizzato aree abbastanza consistenti in Medio Oriente e nei territori metropolitani europei di immigrazione islamica, si sente alle strette e elabora una risposta a vasto raggio basata sull'organizzazione del terrore stragista. Non dobbiamo pensare che qualche retata poliziesca possa liquidare facilmente i gruppi islamisti. La base di riferimento è molto ampia anche se sul terreno della guerra convenzionale, dopo l'intervento russo, non possono avere molte possibilità di resistenza.

All'imperialismo che ci vuole coinvolgere nel fronte 'antiterroristico' dobbiamo rispondere con una capacità di informazione e di orientamento sui veri responsabili della situazione attuale e con un rilancio di lotta che abbia come base i due punti cardine del programma: stragi e profughi sono il prodotto delle guerre USA-NATO ed è su questo obiettivo che va organizzato il nostro fronte.


Aginform

27 marzo 2016


Il Medio Oriente verso una nuova Yalta

Nel contesto della grande guerra che si sta svolgendo in Medio Oriente e nonostante il caos apparente che la caratterizza, alcuni elementi certi stanno emergendo.

In primo luogo che il gioco d'azzardo turco, saudita e americano contro il fronte della resistenza a prevalenza sciita e la Siria non ha sortito l'effetto voluto. La triade che ha operato perchè si scatenasse l'attacco dell'ISIS in modo da modificare gli equilibri che si andavano determinando a scapito del fronte che fa capo agli americani, non ha raggiunto il risultato sperato.

Anzi, nel nuovo contesto, mentre turchi e sauditi hanno dovuto ridimensionare le loro pretese di comprimari degli americani, la situazione sul campo si andava complicando. L'intervento russo a favore della Siria, il fronte siriano-libanese, con l'aiuto dei curdi e con la collaborazione di iracheni e iraniani, ha reso impossibile una vittoria militare. Non solo, ma il terrorismo ISIS e la vicenda dei profughi sono diventati un boomerang che ha costretto gli imperialisti occidentali a modificare la loro strategia.

In particolare l'intervento russo è diventato, per la sua efficacia, uno spettro che faceva prevedere uno scenario da incubo per l'occidente imperialista che aveva dominato fino ad allora l'area mediorientale. Non essendo riusciti a contrastare efficacemente l'iniziativa russo-siriana, gli americani per primi hanno deciso di aprire la fase della 'lotta al terrorismo' organizzando l'intervento militare, Libia compresa, in modo da ridisegnare sul campo i rapporti di forza e le aree di influenza. Non più bombardamenti di facciata, ma piani di attacco anche a terra.

A questo punto anche inglesi e francesi hanno preso l'iniziativa di inserirsi nella contesa. Questo è un fatto in parte nuovo ed è, a nostro parere, anche una conseguenza dell'indebolimento americano sulla scena internazionale.

Si dice che quando il gatto non c'è i sorci ballano. Nei fatti la prima sortita l'hanno fatta turchi e sauditi ritagliandosi un ruolo di potenza regionale, poi, di fronte all'emergenza Russia, inglesi e francesi hanno pensato bene di rientrare in gioco nella partita mediorientale. L'Italia invece medita ancora confermando la definizione di 'imperialismo straccione' e il ruolo al servizio degli americani.

Se questa è la situazione perchè tiriamo in ballo Yalta?

Il paragone ci viene suggerito dall'accordo sul cessate il fuoco, un accordo molto instabile che però in prospettiva può permettere agli americani di reinserirsi in Iraq con la scusa della lotta all'ISIS, di stringere rapporti col settore curdo e di rientrare in ballo anche in Libia. Anglofrancesi e perfino gli italiani potranno avere la loro parte del bottino. Un accordo di ridefinizione di ruoli per aree di influenza avverrebbe appunto sulla base dei principi di Yalta dal momento che gli attori sono più o meno gli stessi di allora. Il Medio Oriente cambierebbe però il suo volto. Finirebbe di essere il giardino di casa degli americani e diverrebbe un'area in cui le diverse forze in campo giocherebbero, diversamente dal passato, un ruolo autonomo e non solo a servizio dell'imperialismo occidentale. Diversamente da Yalta però gli equilibri non sarebbero affatto stabilizzati. Troppe sono le variabili e le spinte che sussistono in un Medio Oriente sconvolto da decenni di guerre di aggressione e con la presenza ingombrante di Israele.

In ogni caso, per noi antimperialisti la nuova Yalta non è certo una sconfitta, ma anzi una vittoria seppur temporanea.

Aginform

5 marzo 2016


Dopo il Medio Oriente l'Europa?

Abituati, in Europa e ovviamente in Italia, a decenni di scaramucce politiche che pretendono di essere la misura dei cambiamenti, è forse arrivato il momento di prendere coscienza che siamo alla vigilia di avvenimenti che possono cambiare radicalmente lo scenario che finora abbiamo avuto di fronte. Riflettere su questo non ci permette automaticamente di avere a portata di mano gli strumenti per reagire, ma almeno serve per essere preparati a capire quello che sta succedendo e tentare di attrezzarci.

Qual'è il senso dell'interrogativo "dopo il Medio Oriente l'Europa?" Significa che l'Europa potrà divenire a breve un'area di grande turbolenza politica, economica, sociale e, dopo l'Ucraina, anche militare. Per capirlo dobbiamo partire dall'analisi della situazione internazionale.

Partiamo innanzitutto dalla questione militare che sta condizionando l'evoluzione del quadro generale. In Medio Oriente siamo passati da avvenimenti e guerre singole alla grande guerra, che non coinvolge più solo situazioni specifiche, ma è diventata un campo di battaglia in cui sono in gioco i rapporti tra grandi potenze. L'imperialismo occidentale a guida USA, dopo una serie di fallimenti, si è trovato di fronte una Siria armata dai russi e un fronte di opposizione che coinvolge molti paesi arabi. Il Medio Oriente non è più il giardino di casa degli USA e di Israele. Non solo, ma il controllo americano dell'area non è più diretto, ma mediato da potenze regionali, come la Turchia e l'Arabia Saudita, che hanno ingaggiato uno scontro frontale con il settore sciita per imporre un'egemonia regionale che va aldilà di un patto puro e semplice di sudditanza agli USA. L'ISIS è il braccio armato di questo progetto che in maniera articolata e con funzioni parallele si intreccia col ruolo svolto dalla Turchia e dai paesi del Golfo.

La guerra, la grande guerra mediorientale, dunque non solo avrà ulteriori colpi di scena, ma sarà lunga e con la tendenza ad allargarsi. Ciò che si vede ora è una parte di quello che potrebbe avvenire e che è in preparazione. Nonostante la brutale repressione l'Egitto traballa, la Libia è sotto attacco e la Tunisia non è affatto stabilizzata. Chi può bloccare questo processo? L'intervento delle varie coalizioni non è in grado di regolare i conti veramente con l'avanzata dell'ipotesi islamista che peraltro investe anche l'area subsahariana, Israele, paesi asiatici come Bangladesh, Indonesia, Filippine. Eppoi ci sono gli attentati sul territorio metropolitano europeo. Sul piano militare, in questo contesto, si può immaginare che eserciti occidentali si avventurino in una guerra di terra e che possano andare oltre la routine dei bombardamenti?

Se un progresso c'è stato nella guerra contro l'ISIS, questo è limitato alla Siria e alle aree abitate dai curdi, dove quindi lo scontro può fondarsi su popolazioni schierate e col concorso decisivo dei russi. Inoltre, come insegna la vicenda dell'abbattimento del caccia russo da parte della Turchia, le implicazioni della guerra in corso possono portare a coinvolgimenti di altro tipo, come Putin non ha mancato di sottolineare, a proposito anche delle armi atomiche.

Questo stato di cose sta aprendo una fase di trasformazione della fisionomia politica dell'Europa nel senso che le guerre, e l'ondata di immigrazione che ne segue, sviluppano e approfondiscono le contraddizioni del continente europeo e fanno emergere forze di destra che crescono su un terreno che non è solo tradizionalmente xenofobo, ma anche demagogicamente contro la Troika e Bruxelles. E non sono solo le forze politiche emergenti ad andare in questa direzione, ma anche una parte dei governi dell'UE che si stanno chiamando fuori da un'Europa a guida tedesca. Il fattore guerra-immigrazione ha posto dunque fine alla bonaccia europea, che dopo i fatti di Grecia sembrava riconsegnare alla Troika il dominio assoluto nella UE, e non corrisponde più alla situazione che sta maturando a livello continentale. E' l'onda lunga della guerra nel Mediterraneo che ritorna come un boomerang sulle coste e alle frontiere europee e che si aggiunge alla questione del riarmo NATO ad Est e alla guerra in Ucraina.

Già il fattore guerra-immigrazione ha posto dunque a una sinistra di classe e antimperialista un problema immediato di organizzazione e di intervento, ma siamo ben lontani dall'aver raggiunto un risultato apprezzabile in questa direzione. Le cause di questo stato di fatto hanno radici lontane e cause oggettive. Il disfacimento dell'URSS e del Patto di Varsavia e la stessa degenerazione del settore comunista europeo hanno privato l'Europa di una grande forza antimperialista e di pace che era il perno del movimento contro la guerra. A questo non ha potuto supplire l'esperienza di una sinistra politicamente debole e contigua all'egemonia americana.

La risposta alla crisi che si sta delineando ha varie sfaccettature e tre sono le posizioni emergenti: quelle di destra, quelle degli stati sostanzialmente anti UE, pur nell'ambiguità della loro partecipazione agli organismi comunitari, e quelle che invocano la riforma dell'UE sostenuti da una spinta di massa come in Grecia, in Spagna e Portogallo e nell'Italia dei cinque stelle. E' evidente che in questo contesto manca una quarta posizione, con una linea antimperialista e di classe che sappia entrare nel vivo delle contraddizioni, portando l'Italia e l'Europa ad uscire dalle guerre, dalla crisi sociale ed economica e da una costruzione europea fatta su misura dei grandi gruppi finanziari e industriali. Noi sappiamo come stanno le cose. Non dimentichiamo però neanche che laddove i comunisti esistono con una qualche consistenza, sono quasi tutti europeisti, nel senso che attraverso le elezioni europee alle quali partecipano danno credibilità a un parlamento fasullo, che è solamente un organo consultivo della volontà dei gruppi economico-finanziari che comandano.

Se non vogliamo dunque rassegnarci ad accettare che la crisi europea venga affrontata con gli argomenti della destra, o col riformismo, che viene da altre sponde, come ci insegna la vicenda della Grecia e di Tsipras, dobbiamo capire seriamente come attrezzarci.

Innanzitutto ragioniamo sul significato della crisi UE e sui possibili sbocchi.

Ovviamente noi siamo favorevoli alla crisi dell'UE e dell'euro. Se l'Europa della Troika non entra in crisi non c'è nessuna prospettiva di liberare le forze popolari che vi sono ingabbiate. Economia dell'euro, NATO e guerre sono intimamente connesse. Quali sono i tempi di una possibile crisi e quali le prospettive?

Non vi è dubbio che la barca UE fa acqua da tutte le parti e si vanno di nuovo divaricando i destini dei singoli paesi europei. Qual'è dunque il destino che ci aspetta se la deriva va avanti? Dietro il teatrino di Bruxelles si intravede un panorama in cui ciascuno stato sta cercando di tirare i remi in barca, perchè è sempre più evidente che una risposta comunitaria non esiste. E' fallita per i gruppi capitalistici e finanziari europei la prospettiva di affrontare insieme un progetto comune. Ciò significa che l'Europa, e l'Italia, entreranno in una fase di forte instabilità istituzionale, finanziaria e sociale, che supererà di gran lunga ciò che abbiamo visto dal 2008 ad oggi. Ci saranno indubbiamente colpi di coda o contorcimenti degli 'europeisti', ma ormai non sarà facile bloccare il processo di disgregazione.

Se non vogliamo essere completamente schiacciati dobbiamo pensare da ora su che cosa puntare. Certamente non possiamo limitarci a pensare ai tempi brevi e con risposte che durano il tempo di una manifestazione. All'ordine del giorno c'è la costituzione di un partito di classe, che è ben altra cosa dalle solite 'rifondazioni' comuniste. Un partito che sappia raccogliere tre esigenze essenziali: la ricomposizione di un fronte di classe, cosciente del ruolo strategico da giocare nello scontro in atto e nella crisi economica per difendere gli interessi essenziali di classe; la rottura delle catene UE, per rovesciare le priorità liberiste e affermare il concetto del ruolo sociale dell'economia; la lotta contro le guerre che caratterizzano la strategia dell'imperialismo occidentale a guida USA e che coinvolgono pienamente l'Italia e l'Europa.

Nascerà, prima della catatrofe prossima ventura, un partito che sappia affrontare questi obiettivi? Per ora ci fermiamo a questo interrogativo.

Aginform
10 febbraio 2016


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