pasti@mclink.it

scrivi alla redazione

Scrivi

AGINFORM

Foglio di Corrispondenza comunista


Contributi
di analisi
e dibattito

Situazione operativa sui fronti siriani del 21-7-2017

Stefano Orsi, [qui]

Nicolas Maduro: "Hai sbagliato paese, Federica Mogherini: il Venezuela non è una colonia europea"

Geraldina Colotti, 19 luglio 2017, [qui]

A Napoli Hub di guerra per il sud

Manlio Dinucci, 13 luglio 2017, [qui]

Situazione operativa sui fronti siriani del 13-7-2017

Stefano Orsi, [qui]

Il primo incontro fra Putin e Trump produce... qualcosa di molto simile al nulla

The Saker, 7 luglio 2017, [qui]; un diverso commmento Finian Cunninghar, 10 luglio 2017, [qui]

L'Italia e l'irreversibile crisi del parlamentarismo

Federico Dezzani, 29 giugno 2017, [qui]

Grecia-Cipro-Israele: la "triplice alleanza"

Solidnet, 23 giugno 2017, [qui]

Situazione operativa sui fronti siriani del 28-6-2017

Stefano Orsi, 29 giugno 2017, [qui]

L'ultima escalation in Siria - cosa sta succedendo veramente

il Saker, 23 giugno 2017, [qui]

Gli Stati Uniti sono in guerra contro la Siria

Jim Kavanagh, Counterpunch, 21 giugno 2017, [qui]

Sulle elezioni francesi: il voto, la crisi, il futuro

Jacques Sapir, 19 giugno 2017, [qui]

Banca Intesa e il salvataggio peloso delle banche venete

Giuseppe Masala, 22 giugno 2017, [qui]

Le reazioni russe all'abbattimento dell'aereo siriano da parte USA

"In the areas of combat missions of Russian air fleet in Syrian skies, any airborne objects, including aircraft and unmanned vehicles of the [US-led] international coalition, located to the west of the Euphrates River, will be tracked by Russian ground and air defense forces as air targets", Russia today, 19 giugno 2017, in inglese, [qui]

Merkel: no a nuove sanzioni antirusse. Danneggiano "noi"

Maurizio Blondet, 17 giugno 2017, [qui]

Il blocco del Qatar, la sfida petrolio-yuan e la guerra all'Iran

Dan Glazebrook, 14 giugno 2017, [qui]

Riassunto sulla Siria - Si intravede la fine della guerra

Moon of Alabama, 13-14 giugno 2017, [qui]. 17 giugno: gli USA abbattono un aereo siriano a sud di Rakka

I curdi di Siria si schierano perfino con il regime saudita

Omar Minniti, 12 giugno 2017, [qui]

Situazione operativa sui fronti siriani del 14-6-2017 n. 100!!!

Stefano Orsi, 14 giugno 2017, [qui]

La crisi in Qatar: ancora un altro goffo tentativo dei Tre Stati Canaglia di indebolire l'Iran

The Saker, 9 giugno 2017, [qui]

Un nazista a Roma in "piena sintonia" con Laura Boldrini

Danilo Della Valle, 8 giugno 2017, [qui]

Spari e kamikaze a Teheran: è partita l'operazione coperta della CIA

aurizio Blondet, 7 giugno 2017, [qui]

Il calderone Siria: ad un passo da un'importante resa dei conti

Peter Korzun, 7 giugno 2017, [qui]

A sinistra, con Putin!

Marco Bordoni, 6 giugno 2017, [qui]

Siria - La verità trapela sul New York Times - La NATO si prepara a combattere l'Iran e la Russia

Moon of Alabama, 26 maggio 2017, [qui]

Cosa succede nel Golfo?

Pierluigi Fagan, 6 giugno 2017, [qui]

Terremoto geopolitico nel Golfo

Pietro Batacchi, 5 giugno 2017, [qui]

Situazione operativa sui fronti siriani al 2-3-giugno 2017

Stefano Orsi, [qui]

Jihad 2.0: Come nasce il prossimo incubo

Pepe Escobar, 2 giugno 2017, [qui]; testo inglese [qui]

Situazione operativa sui fronti siriani al 30-05-17

Stefano Orsi, 30 maggio 2017, [qui]

Situazione operativa sui fronti siriani al 26-5-2017

Stefano Orsi, 26 maggio 2017, [qui]

Ai fanatici della NATO Trump non è piaciuto

Maurizio Blondet, 26 maggio 2017, [qui]

Se la NATO vuole la pace e la stabilità dovrebbe starsene a casa

Ulson Gunnar, 20 maggio 2017, [qui]

Xi Jinping e l'ochetta Martina

Pierluigi Fagan, 19 maggio 2017, [qui]

La sfida cinese sulla Nuova Via della Seta: la posta in gioco

I diavoli, 17 maggio 2017, [qui]

Forni crematori a go go. Quando Goebbels conquista le redazioni

Giulietto Chiesa, 17 maggio 2017, [qui]

Generali Usa: la Bomba per la pace

Manlio Dinucci, 16 maggio 2017, [qui]

Château Macron

Alessandra Daniele, 14 maggio 2017, [qui]

Macron

9 maggio 2017, Pier Francesco De Iulio [qui]; Ilsimplicissimus [qui]; Pino Cabras [qui]; Marcello Foa [qui]; Jacques Sapir [qui]

Venezuela: le 7 menzogne e i luoghi comuni più utilizzati dall'opposizione

Aporrea, 8 maggio 2017, [qui]; Geraldina Collotti, [qui]

Le catene di "ancoraggio" agli USA

Manlio Dinucci, 25 aprile 2017, [qui]

No alle bombe nucleari in Italia

Mozione presentata dai consiglieri regionali M5S delle marche, 21 aprile 2017, [qui]

Gabriele Del Grande: santo subito?

Vincenzo Brandi, 21 aprile 2017, [qui], vedi anche "Dalla Libia alla Siria, la strana storia di un giornalista free-lance finanziato da un miliardario" [qui]

Escalation nucleare nella penisola italiana: testata la bomba B61-12

Manlio Dinucci, 18 aprile 2017, [qui]

Dall'Italia l'attacco USA alla Siria

Manlio Dinucci, 11 aprile 2017, [qui]

Da Camp Darby armi USA per la guerra in Siria e Yemen

Manlio Dinucci, 14 aprile 2017, [qui]

Guardare la Corea sbagliata?

Pier Luigi Fagan, 15 aprile 2017, [qui]

Le colpe dei giornalisti nella guerra mondiale prossima ventura

Roberto Quaglia, 16 aprile 2017, [qui]

C'è l'Armageddon all'orizzonte?

Paul Craig Roberts, 15 aprile 2017, [qui]

Perchè una guerra nel Pacifico

Alberto Micalizzi, 14 aprile 2017, [qui]

L'AFP intervista Assad

13 aprile 2017, in francese [qui]; prima traduzione italiana [qui]

Una analisi a più livelli dell'attacco statunitense con missili da crociera alla Siria, e delle sue conseguenze

The Saker, 11 aprile 2017, [qui]

Afghanistan: una pace russa per una guerra americana

Christopher Black, 10 aprile 2017, [qui]

La Siria non si inginocchierà

Partito Comunista Siriano, 9 aprile 2017, [qui]

La fiction del G7 a Lucca

Manlio Dinucci, 4 aprile 2017, [qui]



Attacco americano in Siria su richiesta di Al-qaeda

Moon of Alabama, 7 aprile 2017, [qui]

Missili Usa sulla Siria: tante domande, tanti dubbi, una certezza. Al-Baghdadi e l'Arabia ringraziano

Marco Bottarelli, 7 aprile 2017, [qui]

"Ora dobbiamo esercitare i nostri diritti costituzionali e pretendere che l'Italia esca dalla NATO"

Comitato NO guerra NO NATO, 7 aprile 2017, [qui]

L'azzardo di Trump. Gli USA attaccano la Siria. L'ISIS esulta

Giampiero Venturi, 7 aprile 2017, [qui]

La propaganda anti siriana rialza la testa

Stefano Orsi, 4 aprile 2017, [qui]

Idlib, le domande da porsi prima che sia troppo tardi

Piccole note, 4 aprile 2017, [qui] e [qui]

Prima che inizi un'aggressione alla Siria, qualche dubbio sull'attacco di Idlib

AMN, Almasdar News, 4 aprile 2017, [qui]

La presenza USA in Corea porta all'instabilità

Ulson Gunnar, 25 marzo 2017, [qui]

Manifestazioni coperte dai media e altre non coperte

Maurizio Blondet, 28 marzo 2017, [qui]

Navalny, democratico made in USA

Manlio Dinucci, 28 marzo 2017, [qui]

Comincia la Rivoluzione Colorata di Russia. Quale colore?

Giulietto Chiesa, 27 marzo 2017, [qui];

Quando Obama arrestava manifestanti

Roberto Vivaldelli, 27 marzo 2017, [qui]

Due anni di guerra USA-saudita in Yemen

La grande manifestazione di Sanaa da un servizio di RT 26 marzo 2017, [qui video in inglese]

Non si può far finta che Israele non pratichi l'apartheid

Lawrence Davidson, 24 marzo 2017, [qui]

24 Marzo 1999 - Marzo 2017 : NOI NON DIMENTICHIAMO

Enrico Vigna- Forum Belgrado Italia, 24 marzo 2017, [qui file pdf]

Deir ez Zor, Siria. Un nome che dovrebbe far vergognare tutto l'Occidente

Enrico Vigna, 14 marzo 2017, [qui file pdf]

Non ci resta che la Rosneft: come il governo Gentiloni sta affondando nel pantano libico

Federico Dezzani, 21 marzo 2017, [qui]

Merkel, Trump e i trattati che cambiano

Giuseppe Masala, 18 marzo 2017, [qui]

Si vendono persino la Cassa

Marco Bersani, 18 marzo 2017, [qui]; vedi anche Giulietto Chiesa [qui]

Israele avverte che attaccherà la difesa aerea siriana nonostante la presenza russa

18 marzo 2017, [qui]; fonte originaria Jerusalem Post [qui]

Gli Stati Uniti minacciano un attacco militare nella penisola coreana

Wevergton Britro Lima, 18 marzo 2017, [qui]

"Concentare tutte le forze contro il nemico principale"

Domenico Losurdo, 8 marzo 2017, [qui] e [qui]

Siria e Donbass: lo stato dell'arte

Paolo Selmi, 6 marzo 2017, [qui]

Oltre La La Land

Piero Pagliani, 25 febbraio 2017, [qui]

Le colombe armate dell'Europa

Manlio Dinucci, 22 febbraio 2017, [qui]

Putin non scherza più. Persa la speranza in Trump

Maurizio Blondet, 21 febbraio 2017, [qui]

DDL Gambaro: arriva la Censura Online

Marco Bordoni, 16 febbraio 2017, [qui]

I Neoconservatori e lo "Stato Profondo" hanno castrato la presidenza Trump, è finita gente!

The Saker, 14 febbraio 2017, [qui], vedi anche lo stesso autore [qui] e da un'angolazione diversa "Il sipario strappato", Pierluigi Fagan [qui]

Media briefing di Eduard Basurin

Saker Italia, 5 febbraio 2017, [qui]

Face Off

Alessandra Daniele, 5 febbraio 2017, [qui]

La NATO è obsoleta?

Rete Civica Livornese contro la Nuova Normalità della Guerra, Registrazione audio, 3 febbraio 2017, [qui]

Putin parla della ripresa del conflitto in Ucraina

Video 5 febbraio 2017, [qui]

Kiev prepara uno scenario croato per il Donbass

Eadaily, 1 febbraio 2017, [qui]

L'Euro è in coma, ma i partiti litigano per le poltrone

Un'Europa diversa, 2 febbraio 2017, [qui]

La situazione in Novorussia

Jurij Podoljaka, South Front, 1 febbraio 2017, [qui], fonte originale [qui]

Le operazioni di elisbarco siriane a Dayr al-Zur

Valentin Vasilescu, 29 gennaio 2017, [qui], fonte originale [qui]

L'ordine esecutivo liquido del presidente liquido

Piotr, 1 febbraio 2017, [qui]

Il cielo sopra Berlino (si annuvola)

Pierluigi Fagan, 31 gennaio 2017, [qui]

! America anno zero: la presidenza modernariato

Segnaliamo per la sua particolare rilevanza questo saggio di 39 pagine reso disponibile in rete [qui]
Piotr, gennaio 2017,
[scarica il file pdf]

L'indignazione per Trump fa emergere tutta l'ipocrisia dei "liberal"

Moon of Alabama, 30 gennaio 2017, [qui], originale inglese [qui]

La giornata della Memoria e l'Ucraina

Piccole Note, 27 gennaio, [qui]

Siria: i "ribelli" che si combattono fra loro e le perdite turche aiutano il governo e i suoi alleati

Moon of Alabama, 24 gennaio 2017, [qui]

Il leader comunista russo commenta il discorso di Trump

21 gennaio 2017, [qui]

La falsa accusa di Trump ad Obama

Manlio Dinucci, 24 gennaio 2017, [qui]

Non è stata la Cina a rubarvi il lavoro

Jack Ma, Alibaba, 22 gennaio 2017, [qui]

A Davos va in onda la guerra civile ideologica europea

Ambrose Evans-Pritchard, 19 gennaio 2017, [qui]

Il Trump che sarà

Manlio Di Stefano, M5S, 20 gennaio 2017, [qui]

La globalizzazione complessa

Pierluigi Fagan, 20 gennaio 2017, [qui]

Xi Jinping e la "globalizzazione"

Diego Angelo Bertozzi, 18 gennaio 2017, [qui]

Situazione operativa sui fronti siriani al 18-1-2017: la battaglia di Deir Ezzour

Stefano Orsi, [qui]

Smantellare l'Ue potrebbe essere una via di salvezza per l'Europa

Vaclav Klaus, ex presidente ceco, 13 gennaio 2017, [qui]

Donald Trump e il protezionismo

Jacques Sapir, 10 gennaio 2017, [qui]

Il futuro della Siria passa per Astana

Piccole Note, 17 gennaio 2017, [qui]

Gli Stati Profondi che vogliono inghiottire Trump

Giulietto Chiesa, 14 gennaio 2017, [qui]

La strategia della tensione della NATO mette a rischio l'Europa

Manlio Di Stefano, 12 gennaio 2017, [qui]

Buoni propositi per l'anno che viene

Mimmo Porcaro, 30 dicembre 2016, [qui]

Le bufale del mainstream che hanno prodotto milioni di morti

Blog 5 Stelle, 7 gennaio 2017, [qui]

Il Collasso della Sanità Pubblica in Grecia: "Stanno morendo pazienti che potrebbero sopravvivere"

Helena Smith, 1 gennaio 2017, [qui]

Le 10 vittorie del presidente Maduro nel 2016

Ignacio Ramonet, 2 gennnaio 2017, [qui]

L'eredità del democratico Barack Obama

Manlio Dinucci, 3 gennaio 2017, [qui]

Istanbul: non è come al Bataclan

Piccole Note, 2 gennaio 2017, [qui]

Crociata Anti Bufala: Situazione tragica ma non seria

Marco Bordoni, 3 gennaio 2017, [qui]

Il disastro dell'aereo militare russo Tu-154: alcune brevi considerazioni iniziali

The Saker, 25 dicembre 2016, [qui]

La liberazione di Aleppo

Dal blog delle stelle Manlio di Stefano, 22 dicembre 2016, [qui]

! L'ambasciatore siriano all'ONU fa i nomi degli agenti stranieri intrappolati ad Aleppo

Video sottotitolato in italiano The Saker, 20 dicembre 2016, [qui]

Oltre la Raggi. Il M5S lanci gli stati generali dell'economia

Simone Santini, 18 dicembre 2016, [qui]

I 14 segnali sull'esistenza di un complotto per per usare la Russia come pretesto per derubare Trump della presidenza il 19 dicembre o il 6 gennaio

Michael Snyder, 12 dicembre 2016, [qui]

La liberazione di Aleppo

Piccole note, 16 dicembre 2016, [qui]

ALEPPO. Lettera aperta a Corrado Formigli (Piazza pulita)

Marinella Correggia, 16 dicembre 2016, [qui]. Leggi anche le lettere di Stefania Russo [qui] e Vincenzo Brandi [qui]

[continua]    


La linea del fronte

Nel grande caos politico che modifica quotidianamente gli equilibri e porta la gente a rifiutare sempre più la scelta elettorale ci sono due questioni che emergono costantemente: l'andamento del PIL e la condanna delle lotte. Su entrambe si concentra la preoccupazione degli attori del caos i quali, nonostante le divisioni politiche, sostanzialmente si ritrovanoa dover concordare. Il feticcio della concorrenza, della borsa, dello spread, unifica anche coloro che si distinguono nelle alternative di governo. Lo stesso punto di unità si ritrova nella condanna delle lotte di quelli che si ribellano e nell'invocazione di altre limitazioni del diritto di sciopero.

L'ultimo, vergognoso episodio di razzismo antioperaio, lo si è avuto a Roma in occasione di un incidente nella metropolitana, dove il conducente è diventato il mostro che invece di guidare faceva bagordi dentro il posto di guida. Chi frequenta la metropolitana di Roma sa bene che per sopravvivere bisognerebbe almeno farsi l'antitetanica e che gli impianti sono in uno stato pietoso. Eppure la campagna antioperaia è scattata lo stesso, al punto che il grande Corriere della Sera vi ha dedicato due intere pagine. A monte di questo episodio c'era stato il linciaggio per lo sciopero dei trasporti pubblici.

Se questa è la situazione, dobbiamo seriamente preoccuparci e capire dove e come stabilire la linea del fronte da cui combattere e che ci consenta di rovesciare le tendenze che si vanno affermando. Nonostante il regime di 'democrazia' ci sono due o tre cose che pongono automaticamente fuorilegge chi le combatte: la logica del profitto che viene considerata come base dello sviluppo produttivo e del benessere comune; il mantenimento di un regime sindacale che viene controllato dai padroni tramite Cgil-Cisl-Uil e la regolamentazione del diritto di sciopero e di organizzazione sindacale funzionale ai sindacati di regime e al mantenimento dello status quo. Le tre cose mantegono l'equilibrio del sistema e quindi non possono essere messe in discussione. Di tutto si può discutere in questa 'democrazia', ma non di questo. Si può parlare di jus soli, di unioni civili, di bonus e quant'altro, ma bloccare il ciclo infernale dello sfruttamento messo in moto dalla globalizzazione (che peraltro coinvolge anche i settori pubblici), questo no.

Il teatrino della politica non può consentirci però di trovare una soluzione, di definire una linea di difesa che riporti nella legalità costituzionale il lavoro e la sua difesa. Nessuna delle alternative che si combattono sul terreno parlamentare oggi, ivi compresi 5stelle e sinistre varie, ha una strategia che tenda sostanzialmente a modificare le cose. Non a caso il referendum del 4 dicembre scorso parlava di Costituzione, ma non di diritti sindacali e anche quando si parla di 25 aprile e di libertà nessuno pone il problema che chi lotta contro lo sfruttamento è privo di diritti. Quindi, se non vogliamo prenderci in giro usando la fraseologia del cambiamento (un altro mondo è possibile) o il velleitarismo movimentista dobbiamo ripartire da qui. Ma come e con quali possibilità? Solo lo sviluppo dell'organizzazione dei lavoratori e l'approfondirsi della coscienza di autodifesa può sciogliere questo nodo. Questa è la linea del fronte vero, dove si deve colpire per capovolgere le tendenze in atto, riconquistare la dignità e la libertà per i lavoratori. E su questo dobbiamo lavorare.

Aginform
19 luglio 2017


Con i progetti governativi di nuove leggi sul diritto di sciopero si riapre brutalmente la questione sindacale e del diritto di organizzazione dei lavoratori. Questioni cruciali per governo e padronato, ma anche per i lavoratori. Qui di seguito alcune considerazioni sul sindacalismo di base su cui aprire il dibattito

SINDACALISMO DI BASE
Questioni aperte

Anche se siamo costretti ad assistere al ripetersi di rituali che sono propri di altre esperienze e che dal '68 in poi si sono ripetuti fino ad esaurirsi, la questione del sindacalismo di base in Italia non può essere assimilata a queste logiche. Per questo è necessaria una riflessione che ci consenta di capire, aldilà delle apparenze, a che punto siamo in questa esperienza, quali distorsioni si sono prodotte al suo interno e quali sono le prospettive necessarie e possibili da definire.

Il punto di partenza

La nascita del sindacalismo di base, è bene ricordare in premessa, ha segnato un passaggio dalla dimensione movimentista con cui l'opposizione radicale si era espressa in Italia dal '68 in poi a una dimensione strutturata e autonoma dei lavoratori dentro il conflitto sociale e politico in Italia. Questo passaggio, peraltro, non è stato pacifico, bensì segnato da polemiche abbastanza dure con coloro che, pur parlando di lavoratori e pretendendo di rappresentarli, ne ostacolavano di fatto l'organizzazione indipendente. Questa polemica storica conferma appunto la diversità del sindacalismo di base, anche se in corso d'opera ci sono state numerose conversioni che hanno reso più incerti i confini.

Chi all'epoca (negli anni '80) aveva scelto di passare all'organizzazione diretta e autonoma dei lavoratori, aveva colto due elementi essenziali che andavano maturando nella situazione e cioè che i confederali, CGIL compresa, erano irrecuperabili per una difesa dei loro interessi e che questo dato oggettivo imponeva una scelta stabilmente organizzata, separata anche se non antagonista rispetto ad altre forme di opposizione di tipo movimentista.

Dire questo oggi è cosa scontata, ma agli inizi non era così. Parlare di autonomia di organizzazione da CGIL CISL e UIL era giudicato un'eresia e anche un azzardo perchè si trattava di sfidare il grande peso dei confederali degli anni '80 che, peraltro, con la legge 300 del '70 (statuto dei lavoratori) si erano assicurati il monopolio della rappresentanza. E non solo. Si trattava di sconfiggere anche due posizioni che negli anni di formazione delle prime strutture del sindacalismo di base andavano per la maggiore: la scelta di fare l'opposizione interna ai confederali (sinistra sindacale) e la pratica di un autonomismo ideologico (autonomia operaia per intenderci) mutuato da esperienze di movimento che non consentiva di costituire riferimenti stabili e concreti per i lavoratori.

Eppure questa esperienza, nonostante le difficoltà è partita ugualmente e ora parlare di sindacalismo di base è cosa diffusa e ben comprensibile, e non solo in circoli ristretti ma a livello di massa. Mentre la 'sinistra' confederale è scomparsa e i teorici dell'autonomia 'operaia' si sono liquefatti.

Percorsi differenziati

La partenza però ha seguito percorsi differenziati e non si è configurata con un progetto unico. RdB, Comu, strutture metalmeccaniche legate alla FIM di Milano emarginate dalla confederazione di provenienza e poi i Cobas scuola, quelli che hanno iniziato, avevano impostazioni e modelli di comportamento molto diversi. Il Comu, l'organizzazione dei macchinisti delle FS, di fatto era un'organizzazione sindacale professionale separata dal resto dei dipendenti delle ferrovie, i nuclei operai organizzatisi in Lombardia attorno alla figura di Tiboni, storico leader della FIM, continuavano una tradizione sindacale di categoria senza uscire da quell'orizzonte, mentre i Cobas scuola imboccavano la strada del sindacato-movimento. Solo le RdB hanno cercato, pur nei forti limiti iniziali di rappresentanza, di andare oltre le specifiche esperienze dando una impostazione più generale e oggettiva della questione.

Gli obiettivi di carattere generale

Questi obiettivi di carattere generale si sono espressi poi nei due elementi fondanti delle RdB, la caratteristica dello statuto e il progetto di legge sulla rappresentanza presentato al Senato nell'aprile del 1983.

Oggi, impegnati in polemiche di parrocchia, molti non hanno fatto caso a ciò che questi due elementi avrebbero dovuto rappresentare dal momento in cui la sfida del sindacalismo di base è stata lanciata. Importante è invece ritornarci sopra per capire l'evoluzione e soprattutto l'involuzione.

Partiamo dal progetto di legge presentato al Senato nel 1983 che affronta una questione che oggi si ripropone nella sua interezza dopo gli accordi Confindustria- confederali del gennaio 2014: la possibilità di organizzazione sindacale e il diritto di rappresentanza.

Come è noto la legge 300 del '70 non era una garanzia per i diritti sindacali per i lavoratori bensì il suo esatto contrario, in quanto attribuiva la possibilità di contrattazione e di rappresentanza alle organizzazioni cosiddette 'maggiormente rappresentative', quelle che per diritto venivano considerate tali dalla Confindustria e dal governo, e ciò nonostante che giuridicamente i contratti abbiano validità erga omnes, per tutti, e che quindi anche il diritto di rappresentanza vera dei lavoratori dovrebbe essere tutelato. Cosa che però lo statuto dei lavoratori non prevedeva. Rovesciare questa logica diventava quindi una necessità per il sindacalismo di base ed insistere su questo ancora oggi è un obiettivo contestuale allo sviluppo dell'organizzazione.

Cosa è successo nella realtà?

Questo 'particolare' è stato però in modo miope trascurato perchè la pratica del quotidiano, del momento dell'agitazione e della lotta settoriale, è diventata centrale e il futuro è stato legato più al protagonismo di sigla che a un progetto di largo respiro. Così si è confermato il principo erroneo per cui il movimento è tutto e l'obiettivo niente.

Se parliamo dunque, come è giusto che sia, di sindacalismo di base come elemento strutturale che deve rappresentare permanentemente le esigenze dei lavoratori e delle lavoratrici in Italia in quanto le organizzazioni confederali non ne rappresentano più l'autonomia rivendicativa, il modello organizzativo e di rappresentanza diventa decisivo. Ma in realtà che cosa è successo invece?

Sul piano dei diritti di rappresentanza invece di combattere per l'obiettivo centrale (sulla scia del progetto di legge dell'83), si sono tentate scorciatoie come quella nel PI (due comparti come diritto a rappresentare l'intero pubblico impiego) che alla fine hanno mostrato la corda, non solo perchè a trattare e a decidere, nonostante il conseguimento formale della rappresentanza, sono stati sempre i confederali (mancando i rapporti di forza necessari), ma anche perchè le successive trasformazioni normative sulla contrattazione sono state pesanti e le firme di adesione conseguenziali per chi voleva mantenersi a galla.

Per il settore privato, il padronato ha mantenuto fede alla posizione (corretta in minima parte dalla Cassazione) della legge 300 e alla fine l'accordo coi confederali del gennaio 2014 ha posto fine a ogni diritto di rappresentanza autonoma dei lavoratori e delle rappresentanze sindacali di base. Ora, peraltro, si prevede anche la trasformazione in legge dell'accordo del 2014 e la sua estensione al pubblico impiego.

Invece di ragionare sulle responsabilità di questo disastro, all'interno del sindacalismo di base si sono determinati due schieramenti: quello dei 'furbi' che hanno tentato di aggirare l'ostacolo firmando quello che padronato (per i privati) e governo (per la riorganizzazione dei comparti nel PI) proponevano e quella dei 'duri' che hanno attizzato la polemica contro queste posizioni senza mostrare la strada per una alternativa. Invece di guardare la luna hanno guardato il dito. Insomma, quella che doveva essere una grande battaglia politica di classe si è esaurita in una querelle tra sigle. Solo alla vigilia del referendum del 4 dicembre scorso qualcuno si è ricordato che la difesa della Costituzione era anche difesa dei diritti sindacali, ma era troppo tardi per rientrare in ballo con una posizione credibile. Ci si è limitati al NO sociale.

[leggi tutto]


Il fascismo mediatico

Era preveggente la decisione di Matteo Renzi che di fascismo se ne intende di imporre il pagamento coatto dell'abbonamento RAI. Così si assicurava al novello minculpop la possibilità di 'orientare' le masse all'adorazione del regime. Per ottenere il risultato c'era bisogno però di una schiera di giornalisti serventi che a base di veline avrebbero dovuto tenere aggiornato il dossier delle bestialità eruttate dal capo.

Questo risultato è stato ottenuto. Imbecilli travestiti da giornalisti, furbetti col sorrisino ammiccante, dive pilotate, insomma la schiera dei cortigiani ci ammorba, attraverso le emittenti pubbliche, quotidianamente con menzogne che dovrebbero servire a convincere la gente del contrario di quello che realmente accade.

Un ultimo esempio di questo lavoro sporco sono stati i commenti ai risultati delle amministrative di domenica scorsa. Se scriviamo su questo non è per fare una cronaca dei fatti, non è il ruolo del nostro Aginform, ma per porre una questione politica di una gravità estrema e di cui nessuno parla, se non in versione grillina.

Dunque, domenica sera a urne chiuse si è cercato di capire il risultato delle amministrative. L'unica cosa che emergeva da questi commenti che preparavano peraltro le edizioni dei 'giornaloni' è che i cinque stelle avevano perso. Il coro era pesante e generale e, per certi versi, scandito con accanimento feroce. Il senso dei discorsi era che il mostro era stato sconfitto e così la paura dei servi sciocchi di perdere gli appannaggi sembrava svanire.

Era questo il vero scopo della campagna contro Grillo? Sicuramente questa ne era una componente, ma in realtà ne mascherava un altro, quello più importante, cioè nascondere la sconfitta del PD e la ripresa della destra. In effetti chi, seppure in una situazione di voluta sottovalutazione dei fatti, ha saputo leggere i risultati constatava subito che dalla conta emergeva qualcosa di diverso che il fascismo mediatico occultava: la sconfitta di Renzi e dei suoi satelliti di varia estrazione. In tutte le città più importanti, o meglio in quasi tutte a partire da Genova, il ballottaggio vedeva in vantaggio i candidati della destra e qualche volta il PD era anche escluso. Non solo, ma laddove il risultato non premiava la destra, vincevano personaggi come Orlando a Palermo (che dichiarava di non essere il candidato PD) oppure, come nel caso di Rignano sull'Arno, il paese di Renzi, vinceva un piddino che aveva rotto clamorosamente con lui e con suo padre.

Certamente i dati, compreso quello delle astensioni che sempre a Genova hanno superato il 50%, sarebbero comunque emersi, ma evidenziandoli due giorni dopo e dopo che il clamore antigrillino aveva cercato di occultare la realtà, l'effetto mediatico era stata raggiunto. Ha perso Grillo, ha perso! E il PD?

Se questo non è fascismo mediatico cos'è? Certo non è il manganello e l'olio di ricino, ma comunque somiglia ad una purga per il cervello.

La questione degli strumenti mediatici sta diventando, assieme alla questione della corruzione e della natura dei provvedimenti legislativi coercitivi questione importante.La mancanza di strumenti politici capaci di contrastare questa deriva è drammatica, ma all'orizzonte non si intravedono novità, se non il balbettio della sinistra 'antirenziana'.

Aginform
12 giugno 2017

Gli europeisti all'attacco

I segnali sono ormai chiari: dopo un periodo di stallo e di incertezze sulle prospettive gli europeisti che contano si sono rimessi in movimento e cercano di uscire dalla crisi. L'asse franco-tedesco, dopo l'elezione di Macron a presidente della repubblica francese, si è rinsaldato e ha lanciato l'appello ai governi europei a riprendere un percorso comune. E' stata in particolare la Merkel a dire che l'Europa deve fare da sola ed emanciparsi dalla tutela americana. Europa über Alles diventa dunque il grido di battaglia del nucleo forte industrial-finanziario europeo a guida tedesca.

Il 'tradimento' di Trump è stato colto al volo per far emergere una situazione oggettiva che la dinamica geopolitica imponeva da tempo. L'Europa felix era arrivata al capolinea con una Germania che aveva sfruttato la UE e l'euro per dominare il mercato continentale e imporre rigide regole, suscitando una reazione molto forte da parte di chi ne aveva subito gli effetti. La Francia in decadenza aveva provocato l'effetto Le Pen, il Regno Unito aveva deciso la Brexit per riaffermare una strategia da grande nazione fuori dalla gabbia UE e l'insofferenza antieuropeista si diffondeva dal sud al cuore dell'Europa anche in quella ritenuta più progredita. La crisi minacciava di far implodere l'intera struttura europeista. Il vaso di coccio tra i vasi di ferro.

L'arrivo di Trump alla presidenza americana, col suo slogan America first, ha tolto gli alibi a una borghesia incerta sul futuro da scegliere e l'ha costretta a rivedere la strategia basata sulla copertura americana all'ombra della quale faceva i suoi affari - in particolare la Germania - e affiancava le operazioni militari statunitensi.

L'alternativa che si è posta è quella di scegliere tra la crisi delle impalcature europee per arrivare ad un rompete le righe generale, oppure rilanciare un percorso unitario. L'elezione di Macron ha sciolto il nodo e permesso alla Merkel di dichiarare: ora facciamo da soli. L'asse franco-tedesco diventa dunque una chiamata alle armi per il capitalismo europeo che si vede costretto ad affrontare in campo aperto la sfida geopolitica che viene dalla Cina, dalla Russia e dagli USA. Non si possono fare più gli affari sotto la copertura della mondializzazione a guida americana. Soprattutto è arrivato il momento di vedere se questo continente è una comunità di stati rissosa o un polo forte e competitivo a livello mondiale. E' prevalsa la coscienza che un singolo paese europeo, Francia e Germania comprese, non potrebbe andare da nessuna parte.

Il progetto di rilancio quindi trova una base oggettiva nella situazione che si è determinata e per questo non va sottovalutato per le conseguenze politiche sociali e militari che produce. A partire dalla selezione di una classe dirigente - i governi europei per intenderci - che si omogenizzi intorno alla scelta fatta da Macron e dalla Merkel e dunque, nel caso italiano, che si metta in moto un meccanismo di superamento di quella cialtroneria di cui Berlusconi e Renzi sono stati finora l'espressione 'nazionale'.

Non si tratta ovviamente di processi di adeguamento della classe dirigente che possono interessarci, ma che dobbiamo invece continuare a combattere. Questi processi porteranno al consolidamento della linea liberista, a un ruolo imperialista più marcato, a una gestione più decisionista del potere. Chi si aspettava che il cosiddetto populismo cambiasse le cose dovrà ricredersi. L'ora X è rimandata.

Non ci rimane che attrezzarci per la nuova fase.

Aginform
3 giugno 2017


Assemblea nazionale

Milano, 10 giugno

Il 10 giugno si terrà a Milano l'assemblea nazionale dei delegati e dei lavoratori che fanno parte di Pubblico impiego in movimento, un coordinamento unitario del sindacalismo di base. L'assemblea è aperta a tutti e prevede anche una relazione del coordinatore di Medicina Democratica sulla sanità pubblica. Nel frattempo, in questi giorni, la ministra della funzione pubblica Madia ha raggiunto un accordo coi confederali e i loro reggicoda 'autonomi' sui decreti attuativi della Riforma della Pubblica amministrazione. Coi problemi che scaturiscono da questi accordi dovrà misurarsi l'assemblea di Milano. Sull'argomento pubblichiamo una analisi del compagno Federico Giusti.

Aginform
21 maggio 2017

Niente rinnovi salariali all'orizzonte.
Ma il Governo porta a casa quello che voleva, ossia i decreti Madia

Che il rinnovo dei contratti pubblici fosse in subordine alla approvazione dei decreti Madia era cosa risaputa dopo l'accordo tra sindacati e governo. Sono trascorsi due anni dal pronunciamento della Consulta che giudicava illegittimo il blocco dei contratti ma i sei anni non erano sufficienti se nel frattempo se ne sono aggiunti altri due, otto anni senza alcun rinnovo e con il potere di acquisto praticamente fermo. Una scelta arrendevole, quella di Cgil Cisl Uil e autonomi, non adeguatamente contrastata dai sindacati di base.

La campagna denigratoria contro il pubblico, i nuovi codici disciplinari, l'applicazione di codici etici e comportamentali, hanno alimentato il clima di paura e di rassegnazione nel pubblico con 3 milioni di dipendenti subalterni ai dettami governativi e sindacali: alla fine 8 anni senza contratti e con una pace sociale che vede i lavoratori e le lavoratrici incapaci di mobilitarsi anche contro l'arretramento dei salari e le carenze di organico. Il governo ha ottenuto cio' che voleva: riscrivere le regole vigenti nel pubblico, inserire i licenziamenti facili, dividere la forza lavoro mettendola in competizione solo per pochi euro di salaro accessorio, renderla ricattabile dai dirigenti e dalle loro valutazioni. In ogni caso, il mancato rinnovo è legato anche a fattori economici, poichè i i soldi per pagare i fatidici «85 euro medi» di aumento a regime previsti dall'intesa del 30 novembre ad oggi non ci sono nelle casse dello Stato. Per trovare questi soldi bisognerà attendere la legge di bilancio di fine anno. Solo per l'amministrazione centrale servono almeno 1,2 miliardi, altrettanto sarà l'importo da stanziare per i contratti della sanità e degli enti locali.

L'arrendevole linea sindacale all'insegna della subalternità ha quindi favorito il governo senza nulla in cambio: stiamo andando verso i 9 anni di vacanza contrattuale e il passaggio del turn over dal 25 al 75% stride con il rispetto di tutti quei vincoli finanziari che il governo ha conservato per la spesa di personale. Le trattative vere e proprie debbono ancora partire, serve del resto la direttiva ministeriale da inviare all'Aran che definirà i criteri-guida per le trattative.

Nove anni senza contratto hanno determinato una perdita salariale di 7.000 euro, i pochi aumenti salariali al momento andranno solo alle fasce di reddito più basse, oscura poi resta la gestione del bonus da 80 euro di cui beneficiano i redditi entro 26 mila euro. Per essere ancora piu' chiari: con questi aumenti contrattuali, quando arriveranno, si potrebbe superare di pochi euro il reddito annuale di 26 mila euro e cosi' perderemmo anche il bonus. Il governo sa bene che i lavoratori e le lavoratrici della pubblica amministrazione si troverebbero con un accordo nullo, cioè senza alcun aumento, visto che gli 85 euro promessi (se e quando arriveranno, se ci sarà la copertura finanziaria) del rinnovo contrattuale porteranno gran parte dei redditi annuali oltre i 26 mila euro determinando così la perdita del cosiddetto Bonus Renzi che , guarda caso, ha lo stesso importo. Al danno seguirebbe così anche la beffa a cui aggiungere il progressivo svuotamento del contratto nazionale e un peso sempre maggiore accordato al salario accessorio e alla sua diseguale distribuzione vincolata alle valutazioni dei dirigenti.

Il prossimo contratto annullerà la legge Brunetta che escludeva da ogni salario accessorio il 25% dei dipendenti, tuttavia siamo certi che le nuove regole escluderanno in ogni caso una parte del personale e la riduzione a 4 contratti nazionali (tanti quanti sono i comparti ridotti da 11 a 4 con accordo sottoscritto anche dal sindacato di base Usb) sancirà per molti un'ulteriore perdita salariale.

Si parla nel frattempo di rafforzare la valutazione interna agli enti pubblici senza mai avere fatto un serio esame sui risultati della performance. Le valutazioni, spesso umorali e non oggettive dei dirigenti, determinano una differenziazione salariale non supportata da criteri oggettivi; gli obiettivi programmati potrebbero essere i programmi di mandato dei sindaci o gli indirizzi regionali alle aziende sanitarie per ridurre la spesa complessiva; non illudiamoci che siano costruiti parametri oggettivi sulla base dei quali valutare i singoli dipendenti.

Dietro alla cultura della performance si nasconde un concetto assai pericoloso, secondo cui gli aumenti dovranno essere variabili da dipendente a dipendente, in base a valutazioni discrezionali e senza parametri oggettivi (per esempio la presenza in servizio). Il risultato ottenuto dal governo è quello auspicato, ossia creare divisioni all'interno della forza lavoro, ridurre l'importo degli aumenti, creare una pubblica amministrazione dove avrà spazio solo chi si piega alla cultura privatizzatrice del governo.

Il contratto collettivo nazionale stabilirà la quota delle risorse destinate alla performance (organizzativa e individuale) e i criteri perchè alla differenziazione dei giudizi (di fatto imposta) corrispondano anche i salari. Nel pubblico impiego il contratto nazionale assegnerà al secondo livello di contrattazione il compito di costruire le basi materiali per la disparità di trattamento economico tra dipendente e dipendente. Il salario accessorio si configura sempre piu' come strumento di disuguaglianza economica. Il contratto nazionale muta geneticamente la sua funzione, queste del resto erano le direttive di Cgil Cisl Uil con la firma dell'intesa del novembre 2016.

Ma dagli ultimi decreti Madia arrivano anche altri segnali preoccupanti. Desta perplessità la decisione di riservare il 20% del turn over alle promozioni interne senza concorso pubblico soprattutto dopo avere eliminato le progressioni verticali che avevano permesso a migliaia di lavoratori e lavoratrici progressioni di carriera, miglioramenti salariali e riconoscimento delle professionalità legate anche agli anni di servizio. Il loro ripristino sarebbe la soluzione migliore, ma ovviamente non sarà possibile, perchè le progressioni verticali determinano l'aumento della spesa per il personale che i decreti Madia vogliono ulteriormente ridurre. Ma attenzione: si intravede già una guerra tra poveri, perchè gli enti pubblici che vorranno riservare la quota del 20% alle progressioni di carriera interne potrebbero avere qualche vincolo in più in materia di assunzioni tramite concorsi.

E sbaglieremmo a pensare che la fine delle dotazioni organiche rappresenti un successo. Le assunzioni in ogni ente pubblico saranno determinate in base ai «fabbisogni» determinati dalla programmazione triennale, quindi non avremo più una dotazione di riferimento. Nel caso dei comuni ci saranno fabbisogni determinati per il raggiungimento dei programmi del Sindaco anche se la loro ricaduta effettiva sulla macchina gestionale dovesse rivelarsi catastrofica. Fate attenzione che le dotazioni organiche non sono rigide, come viene detto, ma rappresentano piuttosto una garanzia in più in assenza della quale un domani potranno stabilire assunzioni per rispondere alle reali necessità della macchina organizzativa ma solo in base ai piani inviati alla Funzione Pubblica.

Facciamo un esempio esplicativo: se un comune con la vecchia dotazione organica avrebbe dovuto assumere un certo numero di tecnici, di educatrici e di amministrativi (in base al turn over sancito per legge), un domani potrà aggirare queste necessità optando per concorsi destinati ad altre figure professionali, per esempio agenti di polizia municipale, da vendere come risposta alle richieste di sicurezza dei cittadini. In tal modo si aggirano i reali fabbisogni di personale favorendo continui processi di riorganizzazione e ristrutturazione, aumentando i carichi di lavoro e le mansioni esigibili senza alcun limite e allo stesso tempo rendendo più semplice esternalizzare intere direzioni e funzioni. Se qualcuno pensa ancora che la politica e la gestione amministrativa siano separate e ben distinte, sarà il caso che si ricreda da subito.

Anche i licenziamenti nel pubblico diventano piu' semplici: le cause di licenziamento diventano 10 con particolare attenzione verso chi dovessere violare i codici di comportamento in maniera reiterata o per lo scarso rendimento che poi significa valutazioni negative del dirigente per 3 anni consecutivi.

Altro argomento su cui riflettere è quello relativo alle stabilizzazioni dei precari previste tra il 2018 e 2020 con la riserva di posti nei nuovi bandi concorsuali destinata ai precari in possesso di alcuni requisiti. Quali? I tre anni di anzianità negli ultimi otto ed entro la fine del 2017, un requisito che non vale per la sanità e gli enti di ricerca. Non basta vietare dal 2018 i co.co.co, sarebbe opportuno capire quanti lavoratori atipici sono alle dipendenze del pubblico, soprattutto negli enti di ricerca e nell'università, e sanare queste situazioni ricprdando che anni fa le stabilizzazioni dei precari non hanno eliminato il precariato ma sono servite alla sopravvivenza del governo allora in carica. Ma è cosa risaputa che non ci sarà una sanatoria per la stabilizzazione dei precari, visto che negli enti non se ne conosce il numero e i numeri forniti dal governo sono solo una minima parte dei precari che con molteplici contratti operano all'interno della pubblica amministrazione. Un'ulteriore sconfitta del sindacato incapace ormai di tutelare la forza lavoro, precaria o stabile che sia.

Federico Giusti


Il Renzi dimezzato

Se è vero che la storia si presenta prima come tragedia e poi come farsa, la definizione si adatta abbastanza bene alla vicenda delle primarie PD. Difatti rispetto alle edizioni precedenti la somma dei votanti alle primarie del PD si è di fatto dimezzata dimostrando che Renzi ha cessato da tempo di avere il vento in poppa. Ciò produce una serie di effetti che non stabilizzano affatto la situazione e lasciano prevedere l'allargarsi di una palude dove Renzi rischia di annegare.

Partiamo dai numeri. Si parla di circa 1.800.000 votanti. In termini assoluti questo dà il senso di una sostanziosa partecipazione, ma approfondendo l'analisi si deve necessariamente ammettere non solo la disparità rispetto ai precedenti, ma anche e soprattutto che il dato va valutato in ragione del ruolo che Renzi gioca da tempo nella situazione italiana. Il personaggio, è bene ricordarlo, è sceso in pista col progetto di rottamare i vecchi meccanismi della politica e rappresentare un decisionismo di stile berlusconiano aggiornato che imprimesse una nuova dinamica sulle questioni che più stanno a cuore agli interessi del padronato e della finanza. Ciò significa che il 4 dicembre scorso Renzi ha sì subito una pesantissima sconfitta, ma gli interessi che gli ruotano attorno sono rimasti in piedi e giustificano l'apporto di voti alle primarie. Un Renzi dimezzato è pur sempre un'arma per le prossime battaglie e che così stiano le cose è dimostrato dalla tattica messa in campo dal segretario trombato dall'elettorato. L'uomo di Rignano si dimette subito dopo la sconfitta elettorale, ma prepara i suoi accoliti per una rivincita 'democratica' che gli consegna di nuovo il partito. Tutto questo però cozza contro altri dati di fatto che non garantiscono affatto la rivincita.

Intanto bisogna considerare che il 30% dei voti alle primarie è andato alle due liste di opposizione. Anche se i loro leader non brillano per coerenza, in realtà svolgono il ruolo di franchi tiratori che usciranno prima o poi allo scoperto. Orlando per conto dei suoi ispiratori istituzionali che non ritengono Renzi all'altezza ed Emiliano perchè lo aspetta al varco delle nuove manovre politiche verso Berlusconi. Ambedue gli oppositori hanno dichiarato infatti che in caso di elezioni, che comunque al più tardi si terranno all'inizio del 2018, la prospettiva deve essere di centro sinistra. Come potrà Renzi superare l'ostacolo? L'uomo è furbo, ma i suoi giochi sono scoperti. Per quanto si nasconda rimane sempre un uomo di destra.

La questione però non è solo interna al PD, la crisi del renzismo sta nella sua credibilità. Molti di quelli che lo ritenevano un nuovo uomo della provvidenza si sono accorti che ci si trova di fronte a un ciarlatano che non ha nessuna vera strategia per affrontare i nodi della situazione e che l'unica cosa che sa fare è quella di prendere ordini dai padroni interni e internazionali cercando di vendere la merce con la carta colorata che dovrebbe attrarre i compratori.

Il Renzi dimezzato continuerà a produrre danni e bisognerà fare attenzione, ma sul piano strategico è una tigre di carta. Per questo continuerà a far crescere la rabbia intorno a sè e alle sue manovre e per questo bisognerà spazzare via lui e la sua armata brancaleone di servi, incapaci e imbroglioni. Prepariamo la nuova ondata che deve travolgerli.

Aginform
6 maggio 2017

Alitalia: una grande prova di dignità dei lavoratori

Anche se con decenni di ritardo, la lotta dei dipendenti di Alitalia si è sottratta al sordido gioco che governi, manager corrotti e sindacati confederali hanno condotto attorno alla compagnia di bandiera italiana. Con un no secco, la stragrande maggioranza dei dipendenti ha risposto al quesito referendario sull'accordo confezionato da CGIL, CISL, UIL e UGL che prevedeva altri mille licenziamenti, una sostanziale riduzione degli stipendi e un aumento dei carichi di lavoro.

Negli anni precedenti, con accordi capestro e con il consenso anche di un certo 'sindacalismo di base' erano già stati licenziati migliaia di lavoratori e introdotto un precariato diffuso per 'salvare' patriotticamente la compagnia di bandiera, anche se queste operazioni facevano in realtà da copertura a strategie di gruppi di potere internazionali e ad ambizioni manageriali lautamente retribuite di una classe imprenditoriale a cui si dovrebbe presentare il conto anche sul piano giudiziario.

Il gioco si stava ripetendo ancora una volta: un accordo al ribasso per i lavoratori e le lavoratrici, per avere poi mano libera per ulteriori manovre speculative. Stavolta però l'operazione non è riuscita. A mandare in fumo progetti e appetiti sono stati proprio coloro a cui confederali, mass media e ministri hanno rivolto il loro ricatto perchè votassero sì. Una grande scelta di dignità che è stata fatta nonostante i rischi che presentava.

A questo si attaccano ora il governo e gli altri attori della partita paventando esiti catastrofici che andrebbero gestiti da un commissario straordinario.

Purtroppo la situazione dell'Alitalia è stata compromessa dagli esiti delle precedenti crisi, quando il movimento è stato indebolito dalle soluzioni di 'salvataggio' all'insegna del meno peggio, un meno peggio che è costato diecimila esuberi, assunzioni precarie e licenziamento delle avanguardie di lotta.

Ora però c'è stata la svolta e, come abbiamo detto nel corso della trattativa, tutto si sposta sullo scontro politico perchè l'interlocurore aziendale, con la mossa del commissario straordinario, si deresponsabilizza e il governo dice no a ogni forma di nazionalizzazione. Su questo il governo si è già attrezzato, scatenando una campagna del tipo di quella dei 'fannulloni' del pubblico impiego per spiegare agli italiani che per risanare l'azienda sono stati sperperati alcuni miliardi di euro.

Ma chi li ha sperperati e perchè? Da qui deve partire la risposta dei dipendenti Alitalia, non solo per far pagare chi deve pagare, ma per non accettare di farsi scaricare addosso le conseguenze del modus operandi degli speculatori di stato.

La vertenza assume quindi necessariamente, per avere forza, il carattere di scontro politico aperto e insieme riveste anche un significato più generale rispetto al modo in cui si è risposto finora a governo e padronato che sono riusciti ad imporre le loro soluzioni.

La partita è indubbiamente dura e per giocarla i dipendenti Alitalia hanno bisogno non di sbandieratori di sigle, ma di compattezza, di determinazione nella lotta e di una solidarietà profonda nel paese.

E' un'occasione per provare a vincere.

Aginform
26 aprile 2017

FINO A QUANDO ?

Questa è la domanda che ci siamo posti finora e ci riponiamo ancora dopo i bombardamenti di Trump sulla Siria. Una domanda che cerca di razionalizzare tempi e forme di una risposta a ciò che sta succedendo, di rendere politica un'angoscia che in molti viviamo da decenni, peraltro caratterizzati da una scarsa sensibilità contro le guerre infinite dell'occidente imperialista.

Certo non sono mancate in questi anni isolate e lodevoli iniziative di denuncia delle responsabilità americane ed europee nelle varie guerre di aggressione, ma gli effetti autistici che esse hanno dovuto registrare impongono una riflessione.

Il primo dato da analizzare riguarda il comportamento della sinistra, quella che negli anni migliori aveva svolto un ruolo importante nella mobilitazione. Che fine ha fatto questa sinistra?

Certamente una parte di essa ha seguito la deriva che l'ha portata al renzismo, ma la parte migliore pur non avendo seguito il pifferaio di Rignano sull'Arno si è lasciata invischiare in quel pensiero debole che è incapace di un'analisi corretta delle cause scatenanti delle guerre. Questa sinistra si è rivelata incapace di leggere negli avvenimenti il ruolo dell'apparato imperialista che organizza le condizioni per rendere possibili le guerre 'umanitarie' e le operazioni militari nascoste e palesi che le preparano. Non è un caso che la vicenda dell'11 settembre, quella 'strage di stato' che ha fatto più di duemila vittime, è passata, pur nella sua enormità, come una cosa scontata. La quasi totalità di coloro che dichiarano di essere contro le guerre ha accettato passivamente la tesi americana del complotto islamista. Eppure i comitati americani che hanno fatto controinformazione sugli attentati alle torri gemelle ci avevano messo in guardia con dovizia di argomenti sulla natura dell'operazione.

Che americani, sauditi e turchi siano stati gli animatori della guerra dell'ISIS è cosa risaputa e anche variamente documentata e commentata. Tutto ciò non ha scosso però le coscienze 'democratiche' della sinistra. Nella testa di troppi Saddam, Gheddafi, Assad (e prima di loro Milosevic) sono rimasti le anime nere che provocano le crisi vessando i loro popoli. Questa tesi purtroppo ha paralizzato e ancora paralizza tanta gente che dovrebbe essere in piazza a manifestare contro le guerre scatenate dall'imperialismo. Rendiamocene conto. Le operazioni sofisticate che passano attraverso le rivoluzioni colorate e travestono le guerre in 'difesa umanitaria' delle popolazioni non siamo riusciti a bloccarle. In questo sta la nostra sconfitta.

E allora? Allora ci sono due cose da fare. Una è dire a tutti coloro che in questi anni si sono impegnati a denunciare l'imperialismo che la Bohème è finita davvero. Non si può vivere di lotte virtuali, bisogna organizzare una strategia contro la guerra, una vera militanza antimperialista.

La seconda cosa da fare è rompere l'autismo e parlare davvero alla gente. Dire che stiamo andando incontro a guerre disastrose che ci coinvolgeranno tutti, come hanno coinvolto già milioni di persone e che l'odierna immigrazione prefigura il nostro futuro. Oggi forse, anzi è certo, non possiamo andare molto avanti nella direzione voluta, ma dobbiamo essere veramente consapevoli che di fronte abbiamo una prospettiva concreta di guerra e a questo ci dobbiamo preparare non con qualche corteo autistico, ma con gli strumenti politici adeguati.


Aginform
10 aprile 2017



 Cerca nel sito

 Note a margine

Comunisti
passato e presente

Associazione Stalin

Collegamenti
utili

L'editoriale
televisivo

Nuove Resistenze

Megachip



P.L. Fagan
Cronache dell'era complessa


The Saker: ferma la guerra dell'impero contro la Russia


L'antidiplomatico
liberi di svelarvi il mondo

Alberto Bagnai blog

Voci dall'estero


Comedonchisciotte


Osservatorio internazionale per i diritti


Pandora TV

Russia
Today

[inglese]
[spagnolo]

Al Manar (Hezbollah)
[inglese]
[francese]
[spagnolo]

Siria e Libia

ALBA

Centro di Iniziative
per la Verità e la Giustizia

Presieduto da
Falco Accame

Le guerre USA-NATO
Global Research
[articoli in italiano]

Information Clearing House
[in inglese]

NO alla guerra
NO alla NATO

STOP NATO
Buona fonte di informazione
[in inglese]

Archivi di
AGINFORM
e della
FONDAZIONE PASTI

I quaderni di
AGINFORM