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AGINFORM

Foglio di Corrispondenza comunista


Contributi
di analisi
e dibattito

Laggiù l'ISIS non c'è. Forse le truppe statunitensi presenti ad Hasakah stanno "consigliando" i Curdi di attaccare l'esercito siriano?

Moon of Alabama, 19 agosto 2016, [qui]

Putin: "niet" ai neoliberali, "da" allo sviluppo nazionale

William Engdahl, 13 agosto 2016, [qui]

Breve nota sul dispiegamento dei bombardieri strategici russi in Iran

Guido Fontana Ros, 18 agosto 2016, [qui]

Inizia una reazione MUSULMANA contro il Wahabismo

Maurizio Blondet, 17 agosto 2016, [qui]

Il Tribunale dell'Aja dopo averlo ucciso in carcere scagiona il Presidente jugoslavo e serbo da ogni accusa circa crimini di guerra in Bosnia nel 1992/1995!

Enrico Vigna, agosto 2016, [qui]

Il linguaggio del potere e le guerre in Libia

Fosco Giannini, 10 agosto 2016, [qui]

Italia piattaforma di lancio NATO

Antonio Mazzeo, 1 luglio 2016, [qui]

Libia 2011. B. Obama e H. Clinton si rivelano in due video

Marinella Correggia, 8 agosto 2016, [qui]

L'Italia in guerra

Comitato NO guerra NO NATO, 5 agosto 2016, [qui]

Incontro a San Pietroburgo

Piotr, 9 agosto 2016, [qui]

La politica estera del Pd in tre punti: l'Italia non merita tutto questo

Antidiplomatico, 5 agosto 2016, [qui]

Libia, la guerra quasi segreta di Renzi

Checchino Antonini, 4 agosto 2016, [qui]

Cosa c'è dietro gli attentati terroristici?

Unione Popolare Repubblicana, Francia, 27 luglio 2016, [qui]

Libia: bombardamenti "presidenziali"

Piccole Note, 3 agosto 2016, [qui]

La grande spartizione del dopo-Gheddafi

Manlio Dinucci, 3 agosto 2016, [qui]

La crociata antirussa di Hillary

Piccole note, 2 agosto 2016, [qui]

Il Papa: «Siamo in guerra»

Piccole note, 1 agosto 2016, [qui]

Il potere del "Niet"

Dmitry Orlov, 26 luglio 2016, [qui]

Il FMI ammette la sua disastrosa infatuazione per l'euro, chiede scusa per il sacrificio della Grecia

Ambrose Evans-Pritchard, 28 luglio 2016, [qui]

Riforma della Costituzione: cronologia di un golpe non perseguibile

Stefano Alì, 29 luglio 2016, [qui]

Italia: la crisi in arrivo

Jacques Sapir, luglio 2016, [qui]

Importanti sviluppi della battaglia di Aleppo

Stefano Orsi, 28 luglio 2016, [qui]

La sposa occidentale e l'amante orientale

Pier Luigi Fagan, 28 luglio 2016, [qui]

Eurexit: Appello per un'alternativa all'Euro (dalla Germania)

Stefano Solaro, luglio 2016, [qui]

L'Italia non è in crisi bancaria, è in crisi da Euro

Matthew Lynn, 21 luglio 2016, [qui]

L'intervista del Presidente Assad alla NBC News

trascrizione 14 luglio 2016, [qui]

Importanti sviluppi in Siria e Turchia

The Saker, 23 luglio 2016, [qui]

Il colpo di stato in Turchia mette i bastoni fra le ruote al piano "Pivot" dello Zio Sam

Mike Whitney, 20 luglio 2016, [qui]

USEXIT?

Pier Luigi Fagan, 22 luglio 2016, [qui]

Da Nizza alla Turchia. Fatti che attendono parole

Piotr, 20 luglio 2016, [qui]

Essere Turchia

Cronache n. 478 Pier Luigi Fagan, 16 luglio 2016, [qui]

Golpe in Turchia. Tutto previsto, o quasi

Pino Cabras, 16 luglio 2016, [qui]

Trump pronto a un vicepresidente bigotto e iperliberista

Pier Luigi Fagan, 15 luglio 2016, [qui]

Il patto d'acciaio NATO-UE

Manlio Dinucci, 13 luglio 2016, [qui]

Il crepuscolo della NATO

Thierry Meyssan, 11 luglio 2016, [qui]

Rapporto Chilcot: le menzogne inglesi sull'invasione dell'Iraq

G. Colonna, 9 luglio 2016, [qui]

Le "cause giuste"

Piotr, 3 luglio 2016, [qui]

Il Deserto bancario italiano

Giuseppe Masala, 30 giugno 2016, [qui]

"Regina del caos", il vero volto di Hillary Clinton

intervista a Diana Johnstone di Fulvio Scaglione, 30 giugno 2016, [qui]

Regno Unito: speciale referendum

Andrea Bulgarelli, CIVG, 2 luglio 2016, [qui]

Democrazia ed equazioni geopolitiche: Meno Europa = Più NATO?

Collettivo Pixel, 30 giugno 2016, [qui]

Cambiare il mondo, cambiare noi

Stefano Barbieri, [riflessioni sulle velleità di ricostituzione del Partito comunista]21 giugno 2016, [qui]

India e Pakistan entrano nella Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai

Alexander Mercouris, 28 giugno 2016, [qui]

Intervista del Ministro degli Esteri Sergey Lavrov alla Komsomolsakja Pravda

31 maggio 2016, [qui]

Brexit: un commento dei comunisti portoghesi

João Ferreira, 24 giugno 2016, [qui]

E Brexit fu

Ugo Boghetta, 24 giugno 2016, [qui]

Brexit: divagazione fantasy

Pier Luigi Fagan, 25 giugno 2016, [qui]

Nonostante tutto, Brexit! Il mondo post-1945 è finito

Federico Dezzani, 24 giugno 2016, [qui]

Brexit e lezioni di democrazia

Jacques Sapir, 24 giugno 2016, [qui]

Brexit. Perché non è una vittoria delle xenofobie

Diego Angelo Bertozzi, 24 giugno 2016, [qui]

Babel-exit. Ovvero farsi "una" idea sull exit

Pier Luigi Fagan, 24 giugno 2016, [qui]

Due parole su Joanne Cox: "Martire d'Europa"

Francesco Santoianni, 17 giugno 2016, [qui]

Cinque note su uno strano fascismo che avanza su di noi

Piotr, 18 giugno 2016, [qui]

L'Italia alla guerra in Siria a fianco di Erdogan

Antonio Mazzeo, 15 giugno 2016, [qui]

La Brexit vista da Londra

Piccole note, 16 giugno, [qui]; vedi anche Brexit: sangue sul referendum, 17 giugno [qui]

Chi sono i veri populisti?

Piotr, 7 giugno 2016, [qui]

Hillary Clinton, Tony Blair, i volti sinistri dell'Occidente

Kharroubi Habib, 29 maggio 2016, [qui]

Hiroshima, perché?

Oliver Stone, Peter Kuznick, 26 maggio 2016, [qui]

La Francia è lontana, ovvero dell'antropologia sindacale

Infoaut, 30 maggio 2016, [qui]

La Siria e l'opzione apocalisse

Piccole note, 30 maggio 2016, [qui]

Il capitalismo è arrivato al saccheggio: la Germania all'assalto del FMI

Paul Craig Roberts, 26 maggio 2016, [qui]

Mettere tutto a tacere nell'America che si prepara per la guerra

John Pilger, 27maggio, [qui]

Come la Russia si sta preparando alla Terza Guerra Mondiale

The Saker, 26 maggio 2016, [qui]

Vi è simpatico Putin? Preparatevi alla galera!

Roberto Quaglia, 21 maggio 2016, [qui]

La Marcia del "Reggimento Immortale"

Enrico Vigna, maggio 2016, [qui pdf] e [qui]

Il 9 Maggio dell'Ucraina resistente

Enrico Vigna, maggio 2016, [qui pdf] e [qui]

Strategia del Golpe Globale

Manlio Dinucci, 24 maggio 2016, [qui]

Il dottor Stranamore è in gran forma: negli Stati Uniti cade il tabù dell'atomica

Eriprando Sforza, 24 maggio 2016, [qui]

TTIP: l'avanzata dell'imperialismo americano

Paul Craig Roberts, 4 maggio 2016, [qui]

Si prepara la più grande distruzione economica dell'Italia

Pasquale Cicalese, 13 maggio 2016, [qui]

La tirannia della finanza e la bestia

Piccole Note, 12 maggio 2016, [qui]

Il sinistro scricchiolio delle banche: ultimo stadio del'eurocrisi

Federico Dezzani, 12 maggio 2016, [qui]

Discorso del Presidente del Brasile Dilma Rousseff

Dilma Rousseff, 12 maggio 2016, [qui - video]; vedi anche Brasile: un modello di golpe che mostra come le democrazie possono sparire, Glenn Greenwald, 12 maggio 2016

"L'Italia dovrà presto scegliere: l'euro o la catastrofe economica"

Ambrose Evans-Pritchard, , [qui]

Israele ed emiri nella Nato

Manlio Dinucci, 10 maggio 2016, [qui]

Il collaborazionismo di Tsipras

Giorgio Cremaschi, 9 maggio 2016, [qui]

Contro-propaganda, al modo russo

The Saker, 8 maggio 2016, [qui]

Situazione operativa sui fronti siriani dal 2 al 6 Maggio 2016

Stefano Orsi, 6 maggio 2016, [qui]

Erdogan trama a favore del Piano B statunitense

Finian Cunningham, 27 aprile 2016, [qui]

Siria: l'ospedale bombardato

Piccole Note, 29 aprile 2016, [qui]; vedi anche Aleppo: i pediatri ignorati, 3 maggio 2016 [qui]

TTIP, la NATO economica

Manlio Dinucci, 2 maggio 2016, [qui]

Come l'Unione europea manipola i profughi siriani

Thierry Meyssan, 1 maggio 2016, [qui]

Due anni fa la strage di Odessa

PTV, 24 marzo 2016, video [qui]; vedi anche Dossier Odessa, Vito Macce, 5 maggio 2015 [qui]

Marco Carrai, fedelissimo di Matteo Renzi, il suo amico è "una spia del Mossad"

A.Massari, D.Vecchi, 24 aprile 2016, [qui]

Siria: "La Resistenza Siriana" (Al Muqawamat al-Suriyah)

Enrico Vigna, marzo 2016, [qui pdf], [qui in rete]

Situazione operativa sui fronti siriani del 19, 20, 21 Aprile 2016

Stefano Orsi, [qui]

11/9, vuoi vedere che si riapre l'inchiesta? (scherzo, naturalmente)

Giulietto Chiesa, 21 aprile 2016, [qui]

Putin sta preparando una purga di governo?

Saker, 21 aprile 2016, [qui]

Svolta storica: Cameron non è più il miglior amico degli Usa

Marcello Foa, 20 aprile 2016, [qui]

Contro il sinistrismo

Ugo Boghetta, 1 aprile 2016, [qui] e [qui]

"Il referendum olandese sull'Ucraina: i cittadini non credono più alle menzogne del regime mediatico"

Manlio Di Stefano, 8 aprile 2016, [qui]

Brigata d'intelligence USA a Vicenza per operazioni coperte in Africa

Antonio Mazzeo, 8 aprile 2016, [qui]

Una ministra amica degli amici del Califfo

Antonio Mazzeo, 7 aprile 2016, [qui]

I "Panama papers"

Zio Samuel punta il dito The Saker, 6 aprile 2016, [qui]; Segreti manipolati Pino Cabras, 6 aprile 2016, [qui]; Perchè i Panama Papers Thierry Meyssan, 7 aprile 2016, [qui]

La deflazione salariale spiegata agli operai della Whirlpool

Sergio Cesaratto, 11 febbraio 2016, [qui]

Quattro brevi punti più uno che è utile considerare quando discutete di Islam

Pierluigi Fagan, 28 marzo 2016, [qui]

! Gli attentati, la crisi, i fallimenti e i tradimenti

Piotr, 24 marzo 2016, [qui]

! 'Caos', 'errori' e informazioni mancanti. Dove va l'Impero?

Piotr, 21 marzo 2016, [qui]

Trump, Clinton & C. Come inquadrarli?

Piotr, 16 marzo 2016, [qui]

Messaggi in stile mafioso intorno alla miccia libica

Vincenzo Brandi, 8 marzo 2016, [qui]

Ventunesima settimana dell'intervento militare russo in Siria: la calma prima della tempesta?

The Saker, 6 marzo 2016, [qui]

Meglio affittare l'utero o la vagina?

Roberto Quaglia, 4 marzo 2016, [qui]

Requiem per il pluralismo

Giulietto Chiesa, 4 marzo 2016, [qui]

Dieci domande a chi vuole portare l'Italia in guerra in Libia "contro Daesh"

Sibialiria e Antidiplomatico, 27 febbraio 2016, [qui]

Ecco l'Italia in guerra con i droni

Antonio Mazzeo, Iperdroni, Killer Robot e Super-Umani per le guerre globali del XXI secolo 18 febbraio 2016, [qui]. I grandi affari dei progettisti del centro droni Usa a Sigonella 13 febbraio 2016, [qui]. A Sigonella il centro satellitare per teleguidare i droni killer USA, 11 febbraio 2016, [qui]

Putin sull'accordo USA-Russia per il cessate il fuoco in Siria

22 febbraio 2016, [qui]

La decrescita infelice

Pierluigi Fagan, 22 febbraio 2016, [qui]

L'urgenza di uscire dalla NATO

Comitato NO guerra NO NATO, 21 febbraio 2016, [qui]

Il pozzo e il pendolo

Crisi sistemica e guerra Piotr, 18 febbraio 2016, [qui]

Diciottesima settimana dell'intervento russo in Siria: una drammatica escalation sembra imminente

The Saker, 13 febbraio 2016, [qui]

[continua]    


Prove di stato di emergenza

A ferragosto l'Italia si è trovata improvvisamente militarizzata. Esercito, carabinieri, polizia e perfino i vigili urbani sono stati impiegati in una gigantesca operazione di esibizione muscolare per dare all'Italia vacanziera l'impressione di sicurezza dovuta a un governo vigile, pronto a contrastare ogni possibile iniziativa di terroristi islamici.

La messa in scena dal punto di vista della efficacia dello spiegamento militare per contrastare azioni terroristiche appariva per certi versi ridicola, ma lo scopo vero non era la capacità di reazione ad eventuali attacchi. Il vero scopo a cui la mobilitazione militare tendeva è abituare gli italiani a convivere con uno stato di emergenza permanente che è funzionale alle guerre in corso provocate dagli imperialisti occidentali e che prevedono, tra l'altro, il controllo armato del territorio metropolitano dei paesi belligeranti.

Per capire meglio di che si tratta bisogna rendersi conto che la guerra in atto continuerà, ed è possibile che gli scenari vadano ampliandosi e di molto. Gran parte di questi scenari dipendono dagli esiti della grande guerra mediorientale.

I fautori delle guerre imperialiste hanno dunque la necessità di assicurarsi il controllo delle popolazioni metropolitane e questo non avviene solo con la propaganda menzognera di televisioni e giornali e con l'uso del buonismo 'umanitario' degli imperialisti di sinistra, ma anche con il controllo militare del territorio, cittadini compresi.

E' bene che ci si renda conto per tempo che, dopo la fase dell'onda lunga dei profughi che ha invaso l'Europa, ora siamo entrati in una seconda fase caratterizzata da un vero e talvolta presunto scontro militare dentro l'Europa con le forze in campo, quelle jiadiste e i loro sponsor che devono reggere il ruolo per cui sono nate e non rispondono spesso automaticamente al grande fratello che le guida.

In questo contesto, per quanto ci riguarda, ciò che ci deve preoccupare è l'azione combinata che si produce tra il processo di militarizzazione e la reazione emotiva dell'opinione pubblica. Manca un movimento contro la guerra che sia in grado di mettere in difficoltà l'imperialismo italiano ed europeo, di denunciare i crimini dei governi UE e di mettere in risalto che il ruolo 'umanitario' della sinistra imperialista serve solo a mascherare le responsabilità, rende possibile l'organizzazione della repressione sul territorio e giustifica la continuazione delle guerre.

La domanda è: quando si riuscirà ad invertire la rotta?

Ci si rende conto che le esortazioni moraliste e genericamente pacifiste non reggono. Anche la generosa opera di controinformazione sulle guerre e i complotti imperialisti, che pure viene condotta da numerosi e qualificati addetti ai lavori, non riesce a rompere il muro delle complicità. A nostro parere finchè il progetto contro le guerre e contro la militarizzazione del territorio non diventerà militanza quotidiana organizzata non potremo superare le barriere delle menzogne e della propaganda imperialista.

Siamo ancora fermi alla discussione su 'accoglienza sì' e 'accoglienza no'. La questione della responsabilità per l'esodo di milioni di persone non sta ricevendo risposta e la posizione più avanzata è quella sull'integrazione. Negli anni '60 il movimento antimperialista dei popoli oppressi si definiva Movimento o Fronte di liberazione e non lottava per l'integrazione, ma contro la metropoli imperialista.

Aginform
19 agosto 2016

Guerra e situazione politica in Italia

I bombardamenti americani sulla Libia hanno posto sul tappeto una serie di questioni che vanno ben analizzate e servono anche da bussola sul che fare.

Intanto l'intervento americano. In quale logica si può inquadrare l'apertura del nuovo fronte USA in Libia? Quale ricaduta può avere questo intervento nell'evoluzione della grande guerra in atto?

Senza voler definire in modo assoluto la situazione, si può certamente affermare che l'intervento sul fronte della Sirte punta a consolidare il progetto americano che viaggia su due binari. Da una parte si provoca il caos in mancanza di alternative e dall'altra si utilizza il caos per intervenire nelle situazioni e riportare l'ordine legittimando l'intervento armato e la presenza sul terreno. Questo progetto si estende a tutta l'area mediorientale minacciata, dal punto di vista occidentale e saudita, dal fronte iraniano-libanese-siriano e dalla presenza russa. Ormai i bombardamenti 'antiterroristici' non sono più propagandistici ma fanno parte di una strategia di nuove alleanze che permetteranno all'imperialismo di matrice americana e europea di riappropiarsi almeno di una parte delle posizioni perdute.

Iraq e Libia sono i punti di forza da contrapporre a Damasco e anche sulla Siria si cerca di impedire che Assad consolidi le posizioni. Non a caso l'intervento in Libia avviene in contemporanea alla ripresa dello scontro ad Aleppo dove l'Isis sta perdendo posizioni. La liberazione completa di Aleppo sarebbe un segnale troppo forte per gli occidentali impegnati nel conflitto, sicchè la strategia americana è quella di utilizzare i curdi in Iraq e Siria e le truppe di Misurata in Libia per avere un appoggio di massa e quindi rendere credibile l'operazione 'antiterroristica', ma anche di rafforzare gli islamisti contro Assad.

E' vero che il sogno americano e europeo era quello di portare la democrazia dopo le guerre umanitarie e le primavere arabe in tutto il medioriente, ma la storia non si può inventare con gli slogans, bisogna fare i conti con lo svolgimento concreto dei fatti e con tutti gli attori in campo. D'Altronde per americani, francesi e israeliani la frantumazione degli stati nazionali in Medio Oriente non è un cattivo affare. Con le nuove entità geografiche si possono tessere intrighi di tipo ottocentesco e soprattutto fare buoni affari. Quindi la guerra in MO continuerà ancora a lungo, provocherà nuovi disastri e nuove contraddizioni, ma ora dal caos sta emergendo il disegno imperialista aggiornato.

Riportando le questioni all'Italia bisogna registrare due fatti. Il ruolo del governo nella nuova fase di guerra e l'inerzia del paese di fronte alle scelte di Renzi.

L'Italia sta operando nel conflitto in modo subalterno e senza farsi troppa pubblicità dal momento che dopo la sconfitta in Libia può solo adattarsi ad eseguire gli ordini americani e sperare in una parte del bottino di guerra, soprattutto petrolio.

Lo scenario di fase è ora abbastanza chiaro. Ciò che preoccupa è lo sbandamento dell'opinione pubblica italiana manipolata dalla propaganda renziana (i giornali italiani esaltavano in questi giorni la disponibilità italiana a collaborare con gli USA) e dalle spinte xenofobe che non vengono solo da Salvini, ma hanno una regia internazionale su scala europea. Per rafforzare le operazioni di guerra bisogna seminare il terrore. Dopo i profughi la psicosi dei lupi solitari e dell'ISIS. In questo clima è facile bloccare l'iniziativa contro le guerre imperialiste che stanno devastando il Medio Oriente e confondere gli obiettivi.

Il ritardo nell'intervento politico e delle lotte contro la guerra imperialista dipende però anche da questioni strutturali interne all'area che alla guerra dovrebbe opporsi. E siccome le prospettive di guerra tendono ad allargarsi e a prolungarsi nel tempo, è bene ragionarci sopra e sparare sul quartier generale di quella che dovrebbe essere la sinistra italiana per cercare di cambiare la musica. Non dobbiamo parlare solo di quello che fanno gli americani, ma anche di quello che non facciamo noi. A partire dal fatto che non siamo ancora riusciti a chiarire alla gente ciò che sta veramente accadendo. Nel caso migliore ci occupiamo solo di accoglienza, che è una delle facce della propaganda imperialista.

Aginform
6 agosto 2016


TERRORISMO E IMPERIALISMO
il corto circuito dell'occidente

Dopo i fatti di Nizza, di Monaco e di Turchia e prima ancora con la marea dei profughi, è ormai evidente che l'onda lunga delle guerre innescate dai paesi occidentali, Europa e Stati Uniti, in vaste aree del globo sta ritornando nella metropoli imperialista. Un'onda che cresce minacciosamente e prelude a sconvolgimenti molto grandi, sia in Europa che negli USA.

La guerra non è più un videogame in cui i giocattoli tecnologici dell'industria militare radono al suolo interi stati e maciullano le popolazioni, una parte delle quali è costretta a fuggire, mentre europei e americani si godono lo spettacolo davanti al televisore. Ora la guerra irrompe in Europa e crea tensioni negli Stati Uniti cioè coinvolge i paesi occidentali che da decenni hanno provocato il grande caos.

La situazione, da noi, sta dunque mutando in senso qualitativo. La prima cosa da considerare, da questo punto di vista, è che è entrato in crisi il vecchio contesto in cui si determinava il controllo mondiale sia economico che militare. Fino a poco fa bastavano i G5, 6 o 7 per regolare le questioni. Ora l'area anglossassone, con Trump e con la Brexit, mette in discussione i modelli di collaborazione tra gli stati imperialisti mentre la Germania si ritrova a gestire un' UE monca e immobilizzata e con la grossa incognita della Turchia.

Crisi ecomica e crisi politica si riversano dunque nell'occidente imperialista. Il quale viene travolto dalle ripercussioni di un intervento militare di larga portata che è fallito ed ha aumentato le contraddizioni e le crepe del sistema. Quando l'egemonia americana, che funzionava da collante, è entrata in crisi con gli esiti disatrosi delle guerre americane e NATO, i protagonisti attivi delle partite aperte con le guerre hanno cercato di ridefinire un proprio ruolo sulla base degli interessi in ballo. Sauditi, turchi, curdi, radicalismo islamico (che da pedina pilotata ha poi concepito un autonomo ruolo nell'area mediorientale) sono entrati in ballo, ciascuno secondo i propri interessi. Un esempio anticipatore era stato l'Afghanistan dopo il ritiro dei sovietici.

Oggi le nuove strategie dei paesi imperialisti sono ancora in via di definizione, ma un elemento sta emergendo chiaramente. Dalla guerra infinita contro i cosiddetti "stati canaglia" stiamo passando alla destabilizzazione terroristica degli stati imperialisti, una destabilizzazione che è riconducibile alla guerra scatenata in Medio Oriente. Apparentemente lo scontro oppone vecchie e consunte democrazie imperialiste al terrorismo. In realtà come il caos in Medio Oriente ha permesso alle armate occidentali di rientrare in gioco dopo Afghanistan e Iraq, magari con l'aiuto dei curdi, ora anche il terrorismo, con tutte le sue ambiguità, fa parte della strategia. Serve a giustificare il controllo militare delle metropoli e, con il compattamento ideologico delle popolazioni europee e americane, a proseguire le guerre e passare dal controllo dell'economia all'economia di guerra.

Aspettiamoci dunque la nuova stretta e soprattutto prepariamoci a definire gli strumenti di difesa, liberandoci anche dell'egemonia della sinistra imperialista che in questo contesto si prepara alla Union Sacrée. Serve un'organizzazione politica che sappia leggere e reggere i prossimi avvenimenti che riproporranno una necessità di trasformazione rivoluzionaria del panorama mondiale e soprattutto europeo. Senza interrompere il corto circuito guerre-crisi economica-repressione, non si va da nessuna parte. 5Stelle, Podemos e simili non possono rappresentare un'ancora di salvezza. Se vogliamo dirla con Marx, sembra proprio che siamo arrivati al punto in cui i rapporti di produzione entrano in crisi e si apre un'epoca di rivoluzioni.Questo è il tema su cui ricostruire un punto di vista comunista.

Aginform
23 luglio 2016

"Lascia che i morti seppelliscano i loro morti"

A proposito della costituzione
di un nuovo partito dei comunisti italiani

La citazione del Vangelo (Luca cap. 9) non è nostra, ma di Stefano Barbieri che su Marx XXI [qui] parlando della costituzione del PCI (senza i puntini) ad opera di alcune centinaia di sopravvissuti del PdCI sottolinea il carattere irrilevante di una operazione che tenta per l'ennesima volta di resuscitare il partito dei comunisti.

Il fatto che sia Marx XXI a mettere in evidenza questa cosa non è di poco conto trattandosi di una associazione che in questi ultimi tempi ha sponsorizzato un manifesto e un'assemblea nazionale per la riorganizzazione dei comunisti in Italia. Forse i promotori dell'associazione avevano in mente una lunga marcia prima di arrivare all'obiettivo, ma gli eredi del partito di Diliberto hanno avuto fretta e hanno deciso che era meglio l'uovo oggi che la gallina domani. Fatto è che la testa pensante del progetto, cioè Marx XXI, ha creduto bene di tirarsi fuori da questa ennesima rifondazione. Gli altri, i fautori del partito qui e subito, hanno deciso, con ben poca fantasia, di riunirsi alla Bolognina per dire, come succedeva periodicamente a Livorno, "da ora a rappresentare i comunisti ci siamo noi".

A deluderli però è il ragionamento di fondo di Stefano Barbieri che per la prima volta pone, all'interno dei rifondatori, la questione centrale: è possibile oggi ricostituire un partito comunista che abbia credibilità e influenza politica tra i lavoratori e nella società? La risposta di Barbieri è negativa e contemporaneamente egli analizza i dati oggettivi che sono alla base di questa risposta.

Noi, invece di aprofittare dell'occasione per esprimere giudizi pesanti contro i promotori di questa Bolognina alla rovescia, molti dei quali, non dimentichiamo, sono i reduci del governo D'Alema-Cossiga-Cossutta, quello della guerra alla ex Jugoslavia, riteniamo utile ribadire il nostro punto di vista su questa questione.

In primo luogo la questione generale. Dopo il big bang dell'URSS e la svolta cinese gli spezzoni residui del movimento comunista navigano a vista; in altri termini anche se si creano occasioni di incontri unitari questi servono solo ad esprimere molto genericamente opinioni cartacee senza incidenza sul corso degli avvenimenti. Partiti prevalentemente parlamentaristi con programmi senza un effettivo legame tra tattica e strategia. Il socialismo appare il sol dell'avvenire di antica memoria. E niente più.

Peraltro i massimi pensatori di Marx XXI, pur essendo, in alcuni casi, persone professionalmente preparate, nessun contributo hanno dato sul piano teorico sui passaggi storici per affrontare la ricostruzione di un pensiero comunista rivoluzionario e legato al progetto organizzativo. I comunisti non hanno bisogno di intellettuali, ma di teorici legati alla prassi. Gli intellettuali e i professori sono un'altra categoria. Questo, per evitare equivoci, non ci fa esaltare quella caricatura del marxismo-leninismo che declama lo slogan teoria e prassi senza definirle in termini scientifici e di riscontri, ma facendo solo dell'ideologia e della retorica sui principi. Quale teoria, quale prassi? Noi parliamo di quella scienza della rivoluzione che cambia realmente lo stato di cose presente, verificandone le condizioni.

Per andare al dunque delle questioni aggiungiamo altre due cose.

La prima riguarda la responsabilità dei rifondatori per aver distrutto un'area politica di comunisti che erano disponibili, dopo la Bolognina, quella vera, a organizzarsi in un partito. Gente come Cossutta, Bertinotti, Salvato e tanti altri hanno creato un mostro di arrivismo politico e una melma teorica in cui sono confluiti settori trotsko-movimentisti che hanno inquinato tutto. Essi hanno usato, distruggendolo, un tessuto comunista e proletario che andava invece riorganizzato veramente. La storia non aspetta e distrugge chi non è preparato ad affrontarne i passaggi. Non avremmo avuto certamente un partito pronto alla presa del potere, ma almeno un partito di lavoratori e di giovani legati a un tessuto di classe e alla migliore tradizione dei comunisti italiani.

La seconda cosa riguarda proprio Marx XXI. Ma è proprio sicuro che i suoi promotori, di cui abbiamo stima per alcuni importanti contributi controcorrente, abbiano imboccato la strada giusta, o qualcosa non ha funzionato sul piano del metodo e sull'indirizzo di ricerca se è venuta fuori la Bolognina 2?

Nel deserto che i rifondatori hanno prodotto in questi anni è bene dunque lasciare che i morti seppelliscano i loro morti.

Aginform
2 luglio 2016


L'11 settembre inglese

Stavolta non ci sono stati giri di parole attorno all'omicidio della deputata laburista Jo Cox. Mass media ed esponenti politici e soprattutto le borse hanno festeggiato l'evento con forti rialzi e con la ritrovata unità nazionale. Quello che doveva essere un referendum sulla permanenza o meno della Gran Bretagna nell'UE è diventata una ulteriore occasione per dimostrare come si pilotano gli eventi. Dall'omicidio, all'organizzazione del terrorismo internazionale, al crollo delle torri gemelle. Non ci sono limiti alle macchinazioni di questo fronte imperialista, ormai al crepuscolo, ma che ci sta trascinando nel baratro.

Nei decenni scorsi e fino alla 'primavera araba' si parlava di diritti umani e di movimenti arancioni, ora l'argomento principale è la parola 'terrorismo' con cui i governi occidentali e i loro alleati giustificano le decisioni peggiori e più liberticide.

Purtroppo questa impostazione ottiene risultati insperati se anche una persona come Padellaro, ex direttore de Il Fatto, si adegua alla versione ufficiale, quella che vede uniti governanti e opposizioni istituzionali nell'accettare tutte le ambiguità e le omissioni che vengono confezionate dai servizi di mezzo mondo.

Quali sono gli obiettivi di queste operazioni di depistaggio e di coinvolgimento dell'opinione pubblica?

Alcuni sono obiettivi specifici. Le torri gemelle per la guerra infinita di Bush, Jo Cox per la Brexit, i gas letali e il bombardamento degli ospedali per Assad, ma tutto questo a nostro parere fa parte di qualcosa di più grande e di più organico.

L'occidente in crisi che non è riuscito a digerirsi la Russia e la Cina e che si dibatte in enormi difficoltà in Medio Oriente e altrove ha ancora i mezzi per progettare una strategia di ripresa attraverso la guerra. Come diceva Mao la tigre imperialista è molto pericolosa dal punto di vista tattico. Per portare avanti i suoi piani essa ha bisogno di compattare il fronte interno, di far credere ai popoli dell'occidente e del circuito imperialista che sono minacciati continuamente. Anche se poi si scopre che lo sviluppo delle organizzazioni terroristiche parte proprio da coloro che conducono le campagne di denuncia.

Il guaio è che su questo terreno, come si è detto prima, vengono adesioni insperate da un'area politica che dovrebbe partecipare a una campagna di verità. Le menzogne diventano moneta corrente e accettata. Questo fa sì che la questione degli emigranti non diventi terreno di denuncia delle guerre imperialiste che la fuga di massa hanno determinato, ma si discuta solo e unicamente di come accogliere i profughi. E questo fa anche sì che le operazioni 'antiterroristiche' diano forza, come nel caso di Jo Cox, alle tesi che gli imperialisti a guida USA vogliono imporre per difendere gli interessi peggiori.

Non scordiamoci che il presidente Obama di recente è sbarcato a Londra come prima tappa del suo viaggio in Europa, per incontrare il capo e del governo inglese Cameron e perorare la causa della permanenza della Gran Bretagna nella UE. Tutto si collega in questa situazione. Maggiori sono i punti di crisi del sistema imperiale occidentale e maggiore è il tasso di spregiudicatezza e di criminalità di questo sistema.

Solo uno sviluppo di massa del movimento antimperialista puà contrastare questa deriva. Ma partiamo con armi spuntate.

Aginform
19 giugno 2016


I bolscevichi dello zero virgola

Non ci siamo mai occupati del partito di Marco Rizzo che si definisce comunista. La ragione è duplice. Da una parte non siamo abituati agli scontri polemici, o meglio alle risse, che contraddistinguono gruppi e gruppazzi della sinistra o di quelli che si definiscono comunisti, in quanto riteniamo che si tratti di una palude ora ridotta a pozzanghera. Dall'altra, riferendoci a Marco Rizzo e al suo partito, riteniamo che la storia che ha contraddistinto in questi decenni il personaggio presenta caratteristiche molto diverse da quelle che recentemente si è attribuito di bolscevico dell'ultima ora e cofondatore di una nuova internazionale comunista.

Se non andiamo errati, Marco Rizzo era capogruppo parlamentare di quel PdCI fondato da Armando Cossutta che stava nel governo D'Alema, nato col concorso di Cossiga per fare la guerra alla Jugoslavia. Non solo, ma all'epoca, per giustificare la vocazione governista Rizzo teorizzava che la realpolitik era la strada maestra del comunismo rinnovato e questa ne giustificava le scelte.

Come si collega quella scelta degli anni passati col 'leninismo' di oggi? Non appare questa cosa un po' contraddittoria? Certamente col tempo si può anche cambiare opinione, come nel caso contrario del presidente emerito Giorgio Napolitano, ma conoscendo Rizzo come cofondatore anche di Interstampa, la rivista dissidente del PCI, non possiamo pensare che l'esperienza nel governo D'Alema-Cossiga sia dovuta a mancanza di elementi di valutazione sui caratteri della guerra imperialista.

Quindi ci domandiamo: quali sono le vere ragioni di questa conversione sulla via di Damasco?

Atteniamoci a quelle più politiche. Il nuovo partito comunista di Rizzo deve aver pensato che con un po' di mestiere e con l'ormai raggiunta esclusiva sul marchio si potesse arrivare ad una rinascita elettorale e ricominciare, utilizzando parassitariamente la falce e il martello, il giochetto dei quattro cantoni, uno dei quali doveva, nelle aspettative, essere la presenza nelle istituzioni.

I risultati elettorali delle comunali di Torino, Roma e Napoli (dallo 0,8 allo 0,6 allo 0,3 rispettivamente), hanno messo in evidenza che la vocazione elettoralistica non paga, neppure per quelli che si definiscono comunisti. Forse Rizzo non lo aveva capito per tempo.

Noi vogliamo però, utilizzando l'occasione di questo commento, portare le valutazioni dei risultati elettorali dello zero virgola sui punti veri della questione e fare di questa un riferimento nella discussione tra comunisti senza intenzioni strumentali. Intanto la questione elettorale. La sconfitta delle liste di Rizzo non è solo di credibilità verso chi le ha presentate. Fosse questo, il problema sarebbe meno drammatico, ma in realtà bisogna prendere coscienza che la vecchia area comunista si è dissolta dopo il fallimento di Bertinotti e la guerra imperialista di Cossutta-Rizzo. Quel che rimane è una marmellata rifondarola e tardo togliattiana che cerca disperatamente di riemergere, ma non trova sbocco perchè le manca un'analisi del presente e un progetto strategico che non sia puramente elettoralistico. I comunisti non possono ripartire né dalle elezioni né da una stupida riaffermazione di principi che non vengono verificati scientificamente alla luce della crisi del movimento comunista internazionale. Il resto sono patacche che viste con la lente elettorale appaiono per quelle che sono, cioè lo zero virgola.

Aginform
8 giugno 2016


Un invito a discutere
sul futuro del sindacalismo di base

Lettera aperta di Federico Giusti, Rsu Comune di Pisa

Il progetto Cobas è fallito, non volerlo riconoscere è un grave errore. E' fallita l'autorganizzazione perché ogni vertenza sociale, sindacale e politica ha bisogno non solo di spontaneismo ma di progettualità e di percorsi organizzativi. E' fallita anche la logica di rinchiudersi in ambito territoriale disconoscendo le scelte della organizzazione nazionale con una classe dirigente inamovibile, supponente e incapace di dialogare con altre realtà, rivolta ai fasti, veri o presunti che siano, del passato ma incapace di guardare al presente e al futuro.

La logica territoriale per vivere ha bisogno di autonomia organizzativa e di una strategia che non puo' essere solo sindacale ma svilupparsi all'interno del territorio su problematiche sociali, culturali e con una visione politica più complessiva. Demandare ad altri soggetti, di movimento o presunti tali, il compito di costruire l'opposizione politica al Governo del territorio e al Governo nazionale è il risultato di una desolante resa politica che non vogliamo accettare o subire come accaduto nelle giornate che hanno preceduto e seguito il 29 aprile a Pisa.

Del resto, cosa potrebbe fare una organizzazione come i Cobas da anni assente dalle piazze dove si contesta il Governo e attiva per lo piu' nella raccolta delle firme refendarie?

Noi rivendichiamo invece autonomia sindacale, politica e culturale, una autonomia che metta al centro della nostra riflessione e del nostro operato gli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici a partire da una analisi aggiornata di cosa sia oggi il mondo del lavoro, la contraddizione tra capitale e lavoro, il processo di ristrutturazione della pubblica amministrazione che mette in discussione servizi fino ad oggi garantiti e teoricamente inalienabili come quello alla istruzione e alla sanità

Autonomia che necessita anche di percorsi organizzativi e di una indipendenza di pensiero da settori di movimento che oggi semplificano l'analisi della realtà per piegarla ad alcune istanze parziali o per legittimare quella demenziale dicotomia esistenzialista che vedrebbe contrapposti i nuovi partigiani che lottano ad una massa passiva per la quale non vale piu' la pena spendere energie. Queste logiche sono antitetiche a percorsi inclusivi e conflittuali e per quanto si dicano innovative hanno origini culturali vecchie e da sempre perdenti.

All'ordine del giorno vogliamo mettere una analisi aggiornata della realtà ma anche un approccio complessivo che non sia solo quello di limitare la nostra azione al ruolo di consulente sindacale; oggi bisogna sapere guardare al territorio e alle sue contraddizioni, alle vertenze aziendali e alle contraddizioni sociali. Lo strumento cobas è ormai inadatto a svolgere questo compito, è stata una esperienza importante nella quale molti di noi hanno creduto spendendosi attivamente nella costruzione di strutture con un lavoro quotidiano faticoso, spesso portato avanti nel disinteresse di parti significative della stessa organizzazione, che ben poco si è spesa per la costruzione di un sito, per la propaganda sui social network, per la costruzione di un'area di riferimento, per un dibattito culturale portato avanti con numerose iniziative editoriali e aperto alla città, non ad uso e consumo di singole aree politiche.

All'ordine del giorno va inserita anche la prospettiva del sindacato di classe all'interno di una dialettica che veda il sindacato non in contrapposizione a percorsi politici e sociali, la costruzione e la guida dei quali non vogliamo demandare a chicchessia.

Il modello Marchionne è ormai giunto alla sua realizzazione, evidenti sono i reali rapporti di forza fra le classi. Non sono piu' necessari i sindacati che rivendicano concertazione, che stanno sempre col braccio teso e il cappello in mano a chiedere tavoli, partecipazione e elemosine; il solo sindacato compatibile con il Governo e il padronato è quello dei gendarmi che obbediscono e assecondano senza discutere i disegni di sfruttamento e di comando del Capitale. Vogliono dei sindacati che reprimano e combattano chiunque crei ostacolo ai loro progetti; la loro paura cresce verso i conflitti, gli scioperi, verso la costruzione di un pensiero non omologato con azioni concrete e conseguenti.

In Cgil si è passati alla repressione dei delegati combattivi che nelle fabbriche organizzano scioperi, alla repressione contro la minoranza conflittuale interna, ha vinto cosi' quella cislinizzazione culturale e pratica richiesta dal padronato.

Tutto cio' è stato possibile anche grazie ai crescenti superprofitti realizzati dallo sfruttamento sempre più intensivo degli operai, di cui poi i padroni hanno utilizzato una piccola parte per corrompere e comprare ampi strati di di aristocrazia operaia che col tempo è diventata la vera base sociale dei partiti della finta sinistra e dei sindacati collaborazionisti. Chi ha lavorato e vive in fabbrica sa e ben conosce il peso esercitato sugli operai da questo strato di aristocrazia operaia fatta di capi e capetti, terminali e i controllori del potere padronale in fabbrica.

La trasparenza e l'onestà da sole non bastano, tuttavia è innegabile che nel corso degli anni il padronato si sia comprato parte degli apparati sindacali con il loro esercito di funzionari che vivono con buoni stipendi e fanno di tutto pur di non tornare al proprio lavoro, incluso accettare accordi al massimo ribasso che distruggono il potere di acquisto e di contrattazione. Da parte nostra non possiamo neppure trascurare il ruolo svolto dai patronati, un diffuso sistema di potere che il Governo Renzi ha provato a mettere in discussione salvo poi rinunciare ad un attacco frontale per avere in cambio un silenzio assenso sulle politiche previdenziali, contrattuali, sullo smantellamento dei contratti nazionali.

Negli ultimi 20 anni il sindacalismo di base ha rappresentato una pratica e una voce di resistenza al padronato; a macchia di leopardo è riuscito anche ad ottenere dei buoni risultati; se non altro ha radicalizzato lo scontro in alcuni settori organizzando quanti erano stati marginalizzati dai sindacati ufficiali per essersi opposti alle privatizzazioni. Al di là della resistenza, il sindacato di base non è riuscito seriamente a radicarsi nei luoghi di lavoro e diventare un soggetto di massa. A seguito delle tendenze corporative che si andavano affermando nella società, il sindacato di base si è diviso in mille sigle riproponendo logiche e pratiche analoghe a quelle dei gruppi politici degli anni settanta; la storia evidentemente non sembra avere insegnato a evitare gli stessi errori.

Bisogna porre alla attenzione dei lavoratori e delle lavoratrici una diversa concezione/pratica sindacale, consci delle difficoltà che troveremo sul nostro cammino: se 20 anni fa alla concertazione si ribellarono i sindacati di base e settori pur minoritari della stessa Cgil, oggi al sindacato asservito e complice dei padroni e del Governo pare non esista un'alternativa, a meno di non accontentarsi dell'esistente, di realtà sindacali di base incapaci di costruire percorsi comuni se non in qualche settore/comparto.

L'esperienza dentro i cobas pubblico impiego nazionale è stata particolarmente deludente, basti pensare alla gestione della federazione con la esclusione dei dissidenti dalle decisioni che contano, un deficit di democrazia che si aggiunge alla assenza di lettura dei processi in atto nella Pubblica amministrazione con il riprodurre un modello organizzativo vecchio e appiattito sulle Rsu o su una linea nazionale inesistente

Ancora piu' drammatica la situazione nel lavoro privato con un'unica federazione che comprende decine di categorie, senza alcun coordinamento di settore se non rare eccezioni sulle spalle di singoli compagni. Il modello organizzativo dei Cobas è ancorato ad una visione ideologica del mondo del lavoro che già 30 anni fa non funzionava, immaginiamoci oggi...

Qualunque tentativo di mettere in discussione processi organizzativi e decisionali si è scontrato con un muro di gomma.

La critica mossa ai Cobas, andrebbe in parte fatta anche ad altre realtà, fatto sta che tante sigle divise, e spesso in concorrenza tra loro, non hanno consentito al sindacalismo di base di costituire un polo alternativo ai sindacati ormai asserviti al Governo e ai padroni. Tra i segnali positivi da riprendere e valorizzare sono i coordinamenti di settore, dagli autoferrotranvieri a Pubblico impiego in movimento, che hanno messo da parte le logiche di sigla per costruire ambiti unitari di iniziativa e di lotta; la stessa attenzione va posta a tutti quei coordinamenti e comitati di operai che non intendono accettare di essere resi compatibili con le esigenze padronali.

     Che fare allora?

Intanto non disperdiamo le energie e rifuggiamo un atteggiamento strumentale verso il sindacato tipico anche di alcune aree di movimento. Noi pensiamo che ci sia bisogno di un sindacato di classe e conflittuale, lavoriamo nell'ottica di unire i lavoratori e le loro istanze; le esperienze sopra menzionate lo dimostrano e rappresentano un approccio concreto che contraddistinguerà il nostro lavoro. Dare una sponda locale, ma inserirsi dentro il dibattito in corso a livello nazionale per non ripetere l'errore dell'autoreferenzialità locale che ha prodotto solo illusioni.

Il ruolo delle Rsu va messo in seria discussione perchè l'elezione di delegati rappresenta spesso un limite alla azione sindacale riproponendo logiche e dinamiche analoghe a quelle dei sindacati concertativi. Da troppi anni l'azione del sindacato di base si limita alla presenza in Rsu senza alcuna prospettiva di comparto, senza costruire percorsi conflittuali nei luoghi di lavoro; un ruolo spesso residuale e marginale.

Vogliamo costruire dei collegamenti con parte del sindacalismo di base italiano e una solidarietà attiva con i sindacati di classe che resistono alla barbarie neoliberista (per esempio il Pame in Grecia, altre realtà tra Spagna, Francia e Portogallo).

Lo strumento con cui pensiamo di andare avanti è la costruzione di un'associazione che raccolga quanti hanno condiviso l'esperienza nei Cobas e altri lavoratori ancora, un'associazione che inizi a costruire iniziative dentro e fuori i luoghi di lavoro, che si faccia promotrice di dibattiti e confronti su tematiche di carattere nazionale.

Allo stato attuale, vista la presenza di numerosi rsu/rsa al nostro interno, pensiamo che la scelta piu' ragionevole sia quella di conservare una agibilità sindacale guardando concretamente alla costruzione di altri percorsi, per esempio la presentazione di una lista unitaria del sindacalismo di base all'interno della Rsu nel pubblico impiego, o favorire percorsi di organizzazione dal basso laddove sia possibile e necessario.

Di sicuro questo distacco dai Cobas nazionali e pisano è una scelta sofferta, ma inevitabile per recuperare autonomia progettuale e una iniziativa di classe coerente, per non dover piu' mediare con settori di movimento che si prefiggono la distruzione tout court della iniziativa sindacale o intendono renderla subalterna a interessi di piccole aree.

I prossimi mesi ci diranno se saremo capaci di raccogliere questa sfida.

20 maggio 2016


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